Insomma, come andrà a finire? Meno male il generale Agosto che, complice la solita estate sabbatica della programmazione ordinaria delle tv, ha schierato le comparse in un’altra sit com. Se più dramma o commedia dell’arte, si vedrà alla fine. Intanto, mentre volgono al termine i giorni del solleone, la passione secondo Ranucci, Lavitola e quant’altri, fino al lontano Camerun, mostra la stazione di una caduta. La prima?
Dinamite da una botta e via, dinamitardi dilettanti a prezzi stracciati, preceduti da evocazioni pensose di mafia, camorra, interessi oscuri e servizi, rivelazioni più o meno tali. Una bomba con attentatori ignari del destinatario. Perfino un un mandante che potrebbe essere stato mandato ma che si giura mosso da affetto verso un amico vicino e ispirato a lontani bisogni di quella parte d’Italia partitica, ancora nave senza nocchiero, ondeggiante nella burrasca di idee da raccogliere in programma di magnifiche sorti e progressive.
Peccato, però, che alla caduta abbia contribuito anche il caduto e, per di più, senza un ordine formalmente impartito da colà dove si puote ciò che si vuole (e presumibilmente almeno si sperava). Come avvenne nella primavera di ventiquattro anni fa, con l’ “editto bulgaro” emanato dall’altra sponda dell’Adriatico, a Sofia, per via orale ma dal presidente del consiglio italiano in persona, a carico di alcuni giornalisti per uso “criminoso” di teleschermo. Tra loro, Enzo Biagi allontanato in Rai e dalla Rai.
Stavolta, allontanamento ma senza sigillo edittale. Il generale Agosto lascia il set e restano gli scenari: il quasi Lido romano di Pomezia, via Teulada di Roma Nord con gli studi di registrazione a due passi dal Tribunale di piazzale Clodio. In lontananza, la fermata Rebibbia in attesa che i piatti della bilancia della giustizia vadano in equilibrio.
Quando, nel 2002, gli successe, Enzo Biagi, al quale chiusero pure la trasmissione Il fatto, reagì “incazzato…non perché mi hanno sostituito con i vari Battista, Giannino, Berti, Mimum. Anzi, se questi colleghi hanno continuato a copiare la mia formula, mettendo in onda dei cloni del mio programma, vuol dire che esso funzionava”.
Non si sentì sul Golgota, Biagi, ma, semplicemente colpito nella professionalità sua personale, in quello che sapeva fare e che gli veniva impedito: “incazzato perché non posso più andare in giro con la mia troupe per raccontare quello che succede” e che, comunque, altri potrà fare perché : “Se il mondo ha fatto a meno di Michelangelo e Leonardo, la Rai può fare a meno di me”.
Non era la prima volta che Enzo Biagi veniva costretto a lasciare la Rai. Dal 1961, aveva diretto il TG 1 per tre anni, chiamando a lavorare su terreni più impervi, forse, di quelli di oggi, uomini come Giorgio Bocca che – imperanti la DC e il Vaticano – debuttò con un pezzo sui “preti proprietari terrieri”, Montanelli che, in tempi di guerra fredda, raccontò di Trocky e di Stalin, Gianni Bisiach che parlò per la prima volta di mafia in televisione. E da Corleone. Poi, Zavoli, Fede, Lisi, Fabiani, Ugo Gregoretti, Piero Angela, Falivena, Brando Giordani, Garinei e Giovannini….
Storia e grande TV. Lui la fece, certo che altri avrebbero continuato.
Quando lo accusarono di faziosità, “sovversivo”, capì che non era più aria (nonostante da Fanfani e da Moro – testimoniò – mai avesse ricevuto pressioni). Prese le sue cose e tornò a quello che sapeva fare. Il giornalista. Senza boria e pulsioni da martire. Semplicemente continuò a scrivere e trasmettere. Ascoltato, letto, criticato ed apprezzato per più di quarant’anni ancora.
Come cantava il corregionale Francesco Guccini: indifferente ad “applausi o fischi”.












