All’inizio dell’anno scorso, il 12 gennaio, Giuseppe Bodi, su Giano.news, titolò un’analisi di quanto in America e nel mondo la nuova presidenza USA andava preparando: “Mala tempora currunt”. Tempi duri, ma la saggezza latina aggiungeva il consolatorio quanto pessimistico “Pejora premunt”. Il peggio deve venire.
E’ davvero così? O, semplicemente e perennemente, nihil sub sole novi, e, secondo il Vangelo, ogni giorno ha la pena sua propria (Mt 6.34)?
Oltralpe, dove, fatta la Rivoluzione per cambiare il domani, si accorsero presto che essa mangia sempre i suoi figli, tornarono all’immutabilità dell’oggi, seppur con una speranza: “’A chaque jour sa chance”.
Pensieri oziosi di un ozioso, commenterebbe Jerome K. Jerome. Ma, nell’anniversario, il 22 febbraio, dell’avvio nel parlamento di Torino dell’iter per la proclamazione del Regno d’Italia, saremmo sorpresi confrontando su Roma, per esempio, i femminicidi ed omicidi che tanta angustia ci provocano in questi primi venticinque anni del terzo millennio “repubblicano”, con l’analogo primo quarto del novecento “monarchico”?
Partendo anzi da quattro prima, dal 1896, quando la bionda Contessa Lara, scrittrice alla moda, bellissima quanto corteggiatissima, nuora del ministro degli esteri Pasquale Stanislao Mancini, si innamorò di un impiegato di banca e al marito – capitano dei bersaglieri ed eroe di Porta Pia – non restò che sfidare a duello il rivale ed ucciderlo. Legittima difesa dell’onor virile.
La tresca l’aveva svelata la cameriera, che, presa dal rimorso, al termine del funerale del giovane amante della signora, pensò bene di profittare del recinto cimiteriale per suicidarsi. La Contessa, invece, continuò a scrivere per giornali di gossip e si innamorò di un vignettista un po’ spiantato che, perciò, doveva mantenere.
Raccontano che, quando si decise a lasciarlo, “al momento del congedo preceduto da un affettuoso abbraccio da lui voluto e da lei concesso”, dalla pistola dell’amante partì un colpo che la uccise. Per disgrazia, disse lei, durante l’agonia ma il Tribunale giudicò diversamente. Cronaca nera come oggi, ma con un po’ di rosa intorno…A chaque jour….
Nel 1911, un’altra contessa, Giulia Trigonia, fu uccisa dall’amante in un alberghetto romano “d’infimo ordine”. Lo stesso anno, ad essere assassinati furono i coniugi Pierantoni, ma il colpevole non fu trovato, al pari di quello che in via del Governo vecchio uccise e poi bruciò il cadavere dello studente Michele Scopece e del rapitore di tre bambine.
Iniziava, allora, un certo dualismo tra Polizia e Carabinieri e chissà che a farne le spese non sia stata l’attività investigativa.
Fu prosciolto, “per insufficienza di indizi” il figlio di un ispettore di finanza, Giovanni Rosada, accusato nel 1903 di matricidio, mentre, nel 1920, le porte del carcere si aprirono per Ignazio Mesones che seppellì il cadavere di una certa Maria Rotellini facendola passare per la moglie che aveva ucciso, ma della quale aveva denunciato l’irreperibilità.
La sedicente contessa Brigida, ma si chiamava Bice Ubaldelli, da sfruttatrice e sfruttata, fu al centro di numerosi fattacci, compreso il sequestro di una vecchia signora che morì misteriosamente a casa sua. Lei la fece passare per sua sorella Elisa, che aveva un’assicurazione sulla vita e incassò le ventimila lire della polizza. Maria Bucci,
Ninì, era la nipote di un cardinale ed aveva amori ovunque, da Roma a Cernobbio. Tutti finiti con alleggerimento di ori a carico degli innamorati e a titolo di buonuscita per lei.
Un farmacista, fuori il Santo Spirito, sparò al medico Enrico Bondi e, qualche anno dopo nel 1917, al Direttore degli Ospedali di Roma. Nessun rancore professionale. Semplicemente, l’assassino si dichiarò anarchico.
Al confine, labile anche allora, tra sanità e politica, accadde che il Senato, di cui era membro, scagionò subito il professor Antonino D’Antona, chirurgo a Napoli, dall’accusa di aver provocato la morte di un paziente lasciando nell’addome operato una garza, ma, poi, un medico licenziato dall’Ospedale partenopeo confermò la dimenticanza chirurgica. Il senatore, venne giudicato da 119 colleghi. Fu assolto. Era il 12 febbraio 1904 e c’era il Regno d’Italia.
Tanto per confermare che …summum jus, summa iniuria e tornare daccapo.












