Il titolo è pessimista solo in apparenza. In realtà è un convinto segnale di ottimismo, una sorta di dichiarazione universale di negazionismo a proposito dell’ineludibile destino che le cose potranno andare ancor peggio
Nel giro di pochi giorni abbiamo visto sgretolarsi le ultime sparute tracce di credibilità che la società odierna poteva aver serbato al riparo dallo sfacelo planetario.
L’arresto del principe Andrea (poi rilasciato per attutire il colpo a quel che rimane ai sudditi monarchici d’oltremanica) è nulla in confronto a quel che si è verificato sull’altro versante dell’Atlantico.
King Donald, che in termini di valore politico potrebbe essere una crasi tra Burger King e McDonalds, ha istituzionalizzato la sua dittatura galattica chiamando a sé i paggi dello scenario internazionale e trasformando quelli che dovrebbero essere Capi di Stato in insignificanti azionisti di minoranza di una delle più intollerabili malefatte dal Big Bang ad oggi.
L’uomo, che fa vergognare la maggioranza degli statunitensi cresciuti in quella che era l’invidiata terra della libertà, ha raccattato il peggio dei leader mondiali convincendoli a partecipare al più brutale degli stupri di una intera popolazione martoriata. Triste vedere i potenti che si accomodano – con tanto di cappellino MAGA in mano come pensionati caduti nella trappola della gita a pochi euro che culmina nella vendita di colossali set di pentole.
La ricostruzione della Palestina (che prima dei bombardamenti israeliani non aveva bisogno di nessun intervento edile) è il banchetto degli avvoltoi pronti a scarnificare quel che resta e ad ingrassare con la più animale speculazione.
In questo orripilante quadretto da b-movie non mancano i guardoni, quelli che hanno sgomitato per assistere alla violenza, all’abuso, all’abominio. Viene da chiedersi cosa si prova ad esser testimoni attraverso il buco della serratura di un simile scempio, calpestando diritti e principi elementari che se dimenticati sono comunque scritti indelebilmente nella nostra Costituzione.
Ma siamo sinceri la Carta che dovrebbe rappresentare le tavole laiche dei comandamenti è oggi a stento un bistrattato e inosservato manuale di istruzioni da elettrodomestico. Si può quindi immaginare un futuro diverso quando c’è chi, pur avendo brillantemente completato il ciclo di istruzione in un istituto alberghiero, non sa far tesoro degli insegnamenti di bon ton che caratterizza chi è alla concierge e sbraita contro le stesse Istituzioni che dovrebbe difendere a spada tratta?
La povera Italia, dove non stupirebbe se i cuori da trapiantare si trasportassero nella busta frigo del supermercato, magari dimenticadola sul sedile posteriore di un’auto lasciata al sole, ha ogni giorno un fatto di cronaca che richiama l’attenzione e distrae dalla tragedia collettiva in corso.
I diritti fondamentali già messi a dura prova da un legiferare d’urgenza continuano ad esser calpestati. L’appuntamento referendario intossicato dalla profonda disinformazione che fa credere in una panacea sarà l’apoteosi.
Una sorta di suicidio assistito dei cittadini, pesantemente sedati dall’illusione che la riforma cambierà in meglio la Giustizia, non sarà rapido e indolore.
Il Paese, che sognava la velocizzazione dei processi e il sedicente riequilibrio delle parti, assisterà all’eclissi di quel potere giudiziario che certo migliorabile ha sicuramente commesso qualche errore ma ha fatto il possibile e l’impossibile perché la legge fosse uguale per tutti.
Non è soltanto il bambino di Napoli a non avere avuto un cuore funzionante, ma tutti quelli che subiscono senza reagire alle iniquità commesse e prossime a manifestarsi in casa nostra e laddove ci teniamo ad apparire a qualunque costo.
Qui non c’è bisogno di un trapianto. Non occorre alcuna anestesia, ma serve un risveglio. Quello della coscienza.
Si eviti che anche a noi stacchino la spina della democrazia con la scusa dell’accanimento terapeutico.
Si esca dalla platea di chi assiste alle quotidiane scene di bullismo di questo o quel prepotente, perché si avvicina il momento in cui ci si deve alzare dalla poltrona e viene il nostro turno.
Si provi, per una volta, a fare il tifo per il più debole. Se Gaza non piace, resta comunque l’imbarazzo della scelta.












