Duole commentare un caso di cronaca già di per sé stesso efferato. In quel di Nizza Monferrato un ragazzo ha ucciso una minorenne di nome Zoe. Prima l’ha malmenata, cosa aggravata dal fatto che è un esperto pugilatore, e poi gettata in un fosso provocandone la morte per la caduta, secondo quanto stabilito dall’autopsia. Non solo l’ennesimo tragico caso di femminicidio ma anche il tentativo del giovane di depistare le indagini, indicando quale responsabile del gravissimo reato un immigrato di colore. Immediatamente alcuni, informati dall’autore del reato, si sono gettati alla caccia dell’uomo, forse per una giustizia sommaria. Chi compie reati va assicurato alla giustizia indipendentemente da ogni altro elemento che lo connoti.
Tutti ricordano la peste del 1630 descritta dal Manzoni nelle pagine dei “Promessi Sposi” quando al grido di “dagli all’untore” taluni venivano falsamente accusati di diffondere il contagio in una sorta di psicosi collettiva che generava linciaggi e processi sommari contro i malcapitati innocenti. Non molti hanno letto un breve scritto manzoniano: “Storia della colonna infame” nel quale lo scrittore ricorda questa colonna, eretta nel 1630 durante la dominazione spagnola, in memoria di un processo contro due presunti untori, poi demolita nel 1778 dall’amministrazione asburgica.
La colonna rappresentava un marchio di infamia contro i due sospetti untori. Il breve scritto è un simbolo della superstizione e dell’iniquità del sistema giudiziario spagnolo dell’epoca e della continua riproducibilità del male nella storia facendone una lezione universale. Si mostra come le persone possano esser traviate da superstizioni e credenze fallaci.
Torniamo agli inqualificabili fatti. Nella notte tra sei e sette febbraio la diciassettenne Z.T. viene trovata morta. Il diciannovenne A.M. confessa di averla uccisa dopo un interrogatorio. In merito alle motivazioni ed altro sarà compito degli inquirenti accertarle per meglio definire i reati commessi.
L’aspetto preoccupante è che il giovane boxer, al fine di depistare le indagini, in prima battura, ha indicato quale aggressore ed omicida della ragazza un africano di 39 anni armato di coltello, tale N.C.. A.M. avrebbe raccontato ad alcuni di essere fuggito per paura. Almeno strano per un pugilatore non tentare di difendere una sua amica. A questo punto una cinquantina di persone si sono messe alla caccia dell’ignaro musicista. Per sua fortuna non è stato rintracciato altrimenti, forse, dovremmo piangere un altro morto.
Al di là dell’efferatezza del femminicidio e del maldestro tentativo di depistaggio, scoperto grazie alla perizia degli inquirenti, preoccupa come in breve, per una bugia, ancorché potenzialmente verosimile, persone si gettino alla ricerca di un presunto colpevole senza pensarci due volte in base alle frasi di qualcuno, senza avvertire le Forze dell’Ordine. Chi fomenta tali comportamenti? Facciamoci qualche innocente domanda e lanciamoci in non difficili collegamenti e analisi.
Possiamo ipotizzare che il musicista, essendo di origine africane, identificava un colpevole perfetto: nero, immigrato, odiato per motivi di razza e colore della pelle. Praticamente un “dagli all’untore” del XXI secolo. Non esistono criminali per presunzioni e indicazioni varie ma sono criminali coloro che commettono i reati accertati dalle Autorità preposte secondo il diritto cogente.
Attenzione a non tornare indietro ai tempi della legislazione spagnola, caratterizzata dalle cosiddette “grida manzoniane”. Ora si urla “dagli all’assassino”, meglio se con specifiche connotazioni. La rabbia è umana ma la giustizia è ben altra cosa.
J.D. Vance è il secondo alla Casa Bianca e lo è anche nel voler dare consigli al Papa.
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