Ugo La Malfa era vicepresidente di un governo nato per essere bocciato dal parlamento e portare gli italiani al voto, quando, per un’emorragia cerebrale, morì il 26 marzo 1979.
La sua fine segnò anche l’inizio dello sgretolamento della prima repubblica, venendo a mancare l’uomo che, con un partitino fortemente minoritario – il PRI – era stato per quarant’anni ponte tra forze politiche, sindacati e Confindustria da un lato e, dall’altro, stimolo alla ricostruzione (nel 1945 fu ministro dei trasporti distrutti dalla guerra), alla modernizzazione dell’apparato produttivo, all’apertura ai mercati dopo l’autarchia del fascismo, all’equilibrio dei conti pubblici e alla redistribuzione dei redditi.
Il suo impegno politico, iniziato vicino ai movimenti repubblicani negli anni del fascismo, non fu mai disgiunto, infatti, dalla visione e dalle regole dell’economia e della finanza che aveva profondamente studiato negli anni in cui dirigeva l’ufficio studi della Banca commerciale italiana. Rigore e simbiosi di politica e visione economica secondo la cultura pragmatica e non ideologica del Partito d’Azione di cui La Malfa fu tra i promotori nel 1941.Una organizzazione nella quale militavano molti dei migliori cervelli dell’epoca, ma che durò lo spazio d’un mattino: si sciolse pochi mesi dopo il suo primo congresso del febbraio 1946 e alle elezioni del 2 giugno ebbe solo l’1,5% dei voti.
Dalla diaspora che ne seguì, nacque il Partito Repubblicano di cui La Malfa assunse la guida.
Ha scritto Giovanni Spadolini che La Malfa avvertì ben presto “la discrasia tra classe politica e paese reale, preoccupandosi di incanalare in nuove strutture, in nuovi schemi di vita associata i fermenti incomprimibili della società italiana”, convinto della necessità dello “spostamento a sinistra dell’asse politico”.
In questo senso, operò per il passaggio dal centrismo degasperiano (governi Dc in vario modo con, Pri, Psdi, Pli) all’accordo (centrosinistra) col Psi, fino alla ricerca, in tempi di “repubblica conciliare”, del dialogo tra le masse cattoliche e quelle marxiste, culminato nella “Terza fase” vagheggiata da Aldo Moro.
Da questi assunti politici e dalla loro traduzione in forme economiche, nacque la innovativa “Nota aggiuntiva” al bilancio del 1962, con l’indicazione delle priorità da seguire per uno sviluppo programmato, con l’obiettivo della politica dei redditi da far crescere con equilibrio attraverso il coinvolgimento di sindacati ed imprenditori e lo strumento del “piano quinquennale”.
“Cassandra” lo chiamarono per le sue inascoltate profezie negative che regolarmente si avveravano. Comprese subito, infatti, le conseguenze sul piano sociale che si tradussero nel terrorismo e invocò come antidoto “la presa di coscienza dei doveri reciproci e delle responsabilità”, arrivando a chiedere la pena di morte per i brigatisti il giorno del rapimento dell’onorevole Moro.
“Il suo pessimismo – disse il presidente della camera, Pietro Ingrao, commemorandolo – non lo portò però mai alla rinuncia, perché aveva una marcata coscienza del ruolo del ceto politico verso il Paese”.
Pur con una minima rappresentanza parlamentare, La Malfa ebbe sempre il rispetto dalle forze politiche, anche perché l’Italia, grazie a uomini come lui, Einaudi, Menichella, Carli – con il consenso di De Gasperi – si era potuta aprire all’economia di mercato interna ed internazionale “riuscendo – come ha scritto lo stesso Carli – a” farci diventare uno dei maggiori paesi del mondo”. Mai, però, credendo, Ugo La Malfa, al “mito dell’Italia che si farà da sé”.
Un percorso che, secondo lui, richiedeva rigore e rispetto di regole, tempi e numeri, del contenimento dei consumi non sostenibili, come quando lui, fautore della nazionalizzazione delle imprese elettriche, non esitò a prendersela con l’Enel che stava moltiplicando le spese di gestione per accontentare le rivendicazioni settoriali di dirigenti di piccole centrali confluiti nell’ente.
O quando minacciò la crisi di governo ritenendo prematura l’attivazione della Tv a colori per i costi addossati al sistema paese attraverso l’acquisto dalla Francia della tecnologia Secam.
O battendosi perché la Banca d’Italia fosse realmente autonoma da ogni ingerenza politica. Cosa quest’ultima che seppe rifiutare con fermezza, non autorizzando, da ministro del Tesoro, l’aumento del capitale di Finambro, società di Michele Sindona, il banchiere siculo amerikano, consultato in Vaticano, dichiarato “salvatore della lira” e finito “suicida” in carcere col caffè al cianuro, come il conterraneo Pisciotta.
Non era cosa facile, ma La Malfa la risolse semplicemente non convocando – come gli competeva – il Comitato di ministri (Cicr) che avrebbe dovuto approvare, ma nel quale si sarebbe trovato in minoranza.
E pensare che, nel suo ultimo giorno di vita, l’ambulanza che lo soccorse morente passò in via Nazionale davanti alla sede della Banca d’Italia dove, quel 24 marzo 1979, stavano arrestando il governatore Baffi ed il capo della Vigilanza Mario Sarcinelli che si erano opposti al salvataggio di Sindona.












