Moderni statisti, al cui confronto i Righeira sono Churchill e Eisenhower, tuonano giustamente contro la decisione della Corte di Giustizia Europea.
L’ovvietà che uno Stato membro non possa considerare un Paese sicuro se non offre una protezione sufficiente a tutta la sua popolazione è oggettivamente inammissibile. Come può “la giurisdizione” pretendere di fare il proprio mestiere e magari intralciare il manovratore?
Sugli autobus una targhetta metallica ricordava “non parlate con il conducente” proprio per evitare che chi era al volante potesse venire distratto.
In un’epoca in cui chi guida un mezzo di trasporto collettivo cazzeggia con WhatsApp e si schianta con morti e feriti, come si può pretendere che chi ha nelle mani il destino della Nazione possa esser ingiustamente infastidito da un semaforo rosso o, peggio, dal semplice esistere di un Codice della Strada?
Serve una parola di conforto.
Un attempato cardinale, reduce di un Gotha clericale che la stagione di Papa Francesco ci aveva fatto fortunatamente dimenticare, si affretta ad impartire la propria augusta salvifica benedizione a chi ha cristianamente concretizzato i profondi sentimenti di solidarietà creando il resort esclusivo di Gjader in Albania.
Il porporato, che con il garbo di chi è abituato a farsi baciare l’anello lascia intendere l’inidoneità di Berlusconi jr a “scendere in campo”, disserta di questioni politiche con la plasticità di Yuri Chechi quando dominava gli anelli. Credevamo lontana l’ambizione del potere temporale di chi dovrebbe predicare e praticare la carità, invece sembrano passati secoli dagli insegnamenti e dalle pratiche di Bergoglio.
Se “governa bene” chi nei comizi urlava “sono cristiana” e adesso deporta (senza nemmeno riuscirci) poveri disgraziati che fuggono dalla guerra, dalla fame e dalla disperazione, viene da chiedersi cosa alimenti l’entusiasmo dell’alto prelato.
Per fortuna la Chiesa, già a corto di vocazioni o di semplice consenso, non è questa. La gente che ancora ha un cuore e non solo per finalità cardiocircolatorie si riconosce nelle parole di Monsignor Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e presidente della Fondazione Migrantes.
A dispetto dell’assertività dei comunicati di Palazzo Chigi, secondo Perego la sentenza della Corte Europea è serenamente “l’ennesima sconfessione di una politica securitaria che non rispetta la dignità della persona migrante”.
Nessuno “schiaffo alla sovranità nazionale del nostro Paese” come strepita un politico amante delle felpe su cui è stampigliato il nome della città in cui arringa le folle, nessun “uso improprio della giustizia” e nessuna “magistratura globalista” che invece lamentano altri rappresentanti di una maggioranza forzata a rispettare le leggi.
Si ravvisa piuttosto, e certo non sul fronte della Corte Europea, soltanto una sconfortante testimonianza di becera inciviltà.












