Senza andare a Favignana o in altri luoghi culto della tradizione, chi voleva vedere la cattura del tonno è stato appagato dai giornali che in questi giorni non sembrano aver altro di cui occuparsi.
Osservando la cosiddetta “camera della morte” non ci si limita a fissare il torbido ribollire delle acque mescolate al sangue. Viene timidamente da chiedersi come una così ambita preda sia finita nei recinti di rete che ne hanno incanalato la corsa.
Chi aveva immaginato che il temuto squalo o pescecane del giornalismo d’inchiesta potesse essere un tonno ha silenziosamente organizzato la sua pesca.
E questa intuizione è stata per così dire provvidenziale.
La mitologia ci ha insegnato che l’invulnerabilità non esiste. L’unico ostacolo per andare a segno è l’individuazione dell’immancabile punto debole. Ed è la vanità l’elemento che rende fragile anche la corazza di chi sembra impossibile da scalfire.
E’ proprio quello il tallone che porta prima a zoppicare, poi ad inciampare e quindi a cadere.
E così salta fuori il trappolificio. E’ l’impresa cooperativa in cui si mostrano interessati a partecipare tutti quelli che negli anni sono stati colpiti e feriti dai fendenti che il programma televisivo Report non ha esitato a tirare.
Alla moltitudine di candidati alla vendetta si contrappone l’impertubabilità del bersaglio non intimorito nemmeno dalle querele più acuminate. Emerge quindi l’ineludibilità di ricorrere ad una cabina di regia in grado di studiare il problema, ipotizzare azioni, immaginare contromosse, intravedere le reazioni dell’opinione pubblica, dosare il reindirizzamento del pensiero popolare, desacralizzare un mito collettivo, ristabilire una verità di “soddisfazione comune”.
La complessità dei presupposti fa capire che è difficile e forse impossibile risalire allo Stephen Spielberg di questa magistrale operazione. Il bersaglio deve essere demolito senza farne un martire. Anzi.
Primo obiettivo minare la credibilità e possibilmente capovolgerla, tanto da non lasciare spazio a precisazioni, puntualizzazioni o giustificazioni.
Entra in gioco l’imperdonabilità tipica dei processi sommari.
Inutile girarci attorno. Ranucci da qualche parte ha sbagliato e deve pagare.
Si sbaglia tutti, spesso in buona fede, non di rado tratti in inganno, qualche volta con deprecabile dolo.
Con estrema serenità escludo nella carriera di Sigfrido Ranucci l’ultima fattispecie.
Sappiamo che certi mestieri impongono una faticosa ricerca di informazioni che possono essere acquisite direttamente oppure fornite a vario titolo da terzi che sovente sono capaci di stuzzicare interesse e curiosità.
L’esperienza di “sbirro” mi ha sempre fatto pensare che non esistano “fonti” disinteressate e che la prima domanda da porsi sia “perché me lo racconta?”. Scattano le verifiche di attendibilità dell’interlocutore e di credibilità della notizia, non trascurando la ricognizione degli interessi in ballo e l’individuazione dei protagonisti in superficie e di quelli dietro le quinte.
Sembra facile e lineare.
Può facilmente capitare che l’interlocutore che espone qualcosa sia direttamente o indirettamente coinvolto nel contesto in cui i fatti vanno a collocarsi.
Attriti personali, professionali, commerciali, industriali e politici sono i lubrificanti delle ciarliere esposizioni di accattivanti racconti addobbati di dettagli.
Il successo di tante inchieste porta a maturare la convinzione di “conoscere i propri polli” e di poter far conto su una esperienza che si profila come la miglior garanzia. Ma in questo caso la leggerezza è un’altra, quella che porta a ritrovarsi in un moderno orto di Getsemani e ad esser baciati da qualcuno che ha studiato per anni il modo migliore per interpretare l’Iscariota.
C’è chi immagina addirittura Ranucci nelle vesti di Giulio Cesare e Lavitola nel ruolo di Bruto, ma è una deformazione di visuale innescata dalla continua riproposizione di video ambientati nella Roma Imperiale.
La recente confessione di Lavitola sembra ora sigillare ermeticamente la risalita verso livelli superiori di responsabilità. Si restringe lo scenario proprio nell’ìistante in cui al teleobiettivo dovrebbe subentrare un grandangolo.
Dietro a questa storia è più facile che ci sia una regia extraterrestre che un arguto disegno di Valter Lavitola.
Il tizio, quindi, deve probabilmente scendere dal podio del mandante a quello dell’intermediario, senza risentirsi per questa deminutio capitis.
E’ stato sicuramente bravissimo, ma non può arrogarsi meriti che andranno riconosciuti a chissà quale mente ben più sottile.
Va comunque detto che il cast di questo noir ha avuto anche altri personaggi che – anche inconsapevolmente – hanno saputo regalare colpi di scena o dare la possibilità di tratteggiare un Sigfrido inedito.
Ci sono anche comparse – escluse persino dagli illeggibili titoli di coda – che non avremo mai la fortuna di conoscere, come ad esempio l’editor che forse ha suggerito a Ranucci di indugiare nel suo libro su particolari erotici in una narrazione che non doveva essere una sfida a Bukowsky…
D’accordo, ma chi è il “deus ex machina” di questa operazione?
Siamo destinati a non avere risposta o, magari, ad averne troppe.
Nel frattempo la tonnara non finisce di stupirci, rinviando la mattanza di quel tanto che basta per non farci pensare alle cose serie che affliggono il Paese.












