Sono particolarmente abili nella sala stampa vaticana a raccontare con poche, anzi pochissime parole, nel quotidiano Bollettino della Santa Sede, avvenimenti il cui significato religioso, politico e storico avrebbe normalmente bisogno di veri e propri trattati. Invece, bastano in genere tre quattro righe a far capire tutto e mandare messaggi diretti al mondo intero che, nel tempo, si riveleranno moralmente coerenti e storicamente logici, contenendo, non di rado, accenni in grado di dare una rappresentazione delle cose e degli eventi più oggettiva di quanto diplomazia e politica si attendano.
Come leggere diversamente le due righe scarse che, il 21 luglio scorso, hanno concluso il comunicato che dava notizia della telefonata al papa del Presidente dello Stato di Palestina? D’accordo Leone XIV e Mahmoud Abbas sulla “drammatica situazione umanitaria, l’uso indiscriminato della forza e del trasferimento forzato della popolazione”, ma il papa, in particolare, ha voluto ricordare “l’Accordo Globale tra la Santa sede e lo Stato di Palestina, firmato il 26 giugno 2015”.
Non semplicemente per commemorarne la “fausta ricorrenza” decennale, ma perché il richiamo storico disvelasse quale sia stato e continui ad essere il pensiero vaticano in materia ed il cammino iniziato il 15 febbraio del 2000 quando, subito prima dell’udienza di Giovanni Paolo II al “signor Yasser Arafat, presidente dell’Autorità Palestinese”, i rispettivi plenipotenziari avevano sottoscritto un Accordo Base. Quello cui farà seguito l’Accordo Globale richiamato da papa Leone e che, come recita il comunicato stampa relativo, era avvenuto tra uno stato sovrano, la Santa Sede, e un Movimento rivoluzionario, l’ “Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP)”. “Frutto di negoziati in clima di grande cordialità e segno del cammino dell’Autorità Palestinese” verso il riconoscimento ONU dello Stato di Palestina il 29 novembre 2012.
Insomma, se a Netanyahu, che gli aveva telefonato il 18 luglio, non fosse stato chiaro il perché Leone lo avesse richiamato all’urgenza di proteggere tutte le persone indicandone le rispettive patrie “in Palestina e in Israele”, la riga e mezzo del Bollettino della Sala Stampa del 21successivo, col richiamo alla storia delle relazioni vaticano-palestinesi, racconta di un passato e prevede un futuro che esclude qualsiasi ipotesi di occupazione militare definitiva di Gaza e un nuovo esodo biblico per il popolo che lì abita.
In poche parole (meno di venti, articoli e preposizioni compresi), un messaggio che è arrivato in tutte le cancellerie e scosso l’opinione pubblica mondiale tanto da far auspicare che. come il primo predecessore nel nome, Leone I detto Magno, anche papa Prevost vada dai barbari e fermi la selvaggia eliminazione etnica in corso (chiamata anche genocidio).
“Di quante divisioni dispone il papa?” disse una volta, con scherno, Stalin. La domanda, prima di lui, se l’era fatta Costantino, che all’inerme segno della croce si riferì per vincere la sua guerra e frenare il declino dell’impero. Era l’anno 313, diciassette secoli fa e le armi vaticane, un bastone a forma di croce, sembrano venir ancora invocate.
Scrive lo storico Giordano Bruno Guerri “La storia del mondo sarebbe molto diversa se Attila non fosse stato fermato” da Leone Magno che, sul Mincio vicino Mantova, nell’Italia settentrionale, dove il “flagello di Dio” metteva tutto a ferro e fuoco, lo convinse a tornare da dove era venuto.
A Gaza da mesi scorrazzano i barbari; la guerra mediorientale insieme a quella in Ucraina e alle tante altre in corso preludono, dicono in molti, al rischio di un conflitto planetario. Chi può convincere i barbari odierni ad arrestarsi? Un papa di nome Leone c’è riuscito una volta e, oggi, è davvero fantapolitica pensare che l’attuale Leone voglia andare personalmente a ruggire nella Palestina? Date le circostanze, potrebbe essere un opportuno ritorno a casa, nella patria del fondatore della sua Chiesa, la quale, da Costantino in poi, ha saputo” esserci” in ogni tempo di declino economico, politico e, forse, soprattutto morale. Come l’attuale.












