Quel maestro di giornalismo che fu Mario Missiroli – uno capace di far scoppiare in una fragorosa risata perfino Pio XII – diceva che i governi passano, ma i governativi restano.
Elezioni di deputati e senatori a parte – da tenere col Melonellum o col Viganellum, dal cognome (Viganò) del prossimo presidente della Corte Costituzionale? – il potere verrà infatti conservato da quelli che l’han sempre gestito, i grand commis, come li chiamano i francesi, l’alta burocrazia ministeriale, diciamo qui da noi.
Mani esperte e ministri, presidenti, insomma i politici che, nel passare da una repubblica all’altra, non paiono esser diventati più bravi e nemmeno più accorti. Anzi. A tutto vantaggio, perciò, del parere imprescindibile di capi di gabinetto, segretari e direttori generali, capi di uffici legislativi. Un potere che non ha bisogno dei voti ed è più forte dei partiti, degli stessi governanti che “servono”, civils servants.
Anche della finanza, se un banchiere come Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca ( il tempio del mitico Cuccia) e delle Generali, riconobbe: “Le burocrazie ministeriali formano un potere fortissimo quanto irresponsabile che esercita un controllo pervasivo sulla pubblica amministrazione…Corporazioni con gerarchie ferree , impermeabili…Magistrati del Consiglio di Stato (della Corte dei Conti, dei Tar) distaccati nei ministeri scrivono leggi e decreti con ambiguità che lascia ai colleghi in servizio nella magistratura il potere di interpretare”.(M. Mucchetti, Confiteor, 2012)
Perché? “La competenza giuridica è tutto”, diceva Pasquale De Lise, ex presidente del Consiglio di Stato e capo di gabinetto di ministri come Goria e Guido Carli.
Nella prima repubblica, i ministri – che erano arrivati a farlo dopo una lunga gavetta, dalle sezioni di partito ai consigli comunali e provinciali, ad anni oscuri da peones nel parlamento – pur non specialisti, spesso, sulle materie di competenza, conoscevano, per esperienza, la macchina amministrativa, la usavano e la controllavano attraverso, soprattutto, la DC o il PSI. Quando alle carriere dei “distaccati” non era indifferente il grado di fedeltà.
Poi, la classe politica, i parlamentari sono andati cambiando. Sempre più spesso senza esperienze amministrative e politiche, cooptati a Montecitorio e Palazzo Madama dal favore dei capi partito. Al punto che un attento osservatore come Angelo Panebianco è arrivato a scrivere: ”La democrazia è oggi ostaggio delle principali componenti dello stato burocratico, che la controllano e la ricattano: Nulla essa può senza il placet della burocrazia e delle magistrature, amministrative o ordinarie che siano”. (Mania-Panara, Nomenklatura -2014)
Addirittura, quando la prima repubblica morì, i burocrati sostituirono i politici al tavolo del consiglio dei ministri. Negli esecutivi di Ciampi e Dini, fino al tempo delle contorsioni della seconda con il banchiere Mario Draghi che prima che era stato anche direttore generale al Tesoro.
Ed ora, non di rado, anziché essere la politica ad indicare gli obiettivi ed affidare ai consulenti i percorsi attuativi, i tecnici sembrano voler apertamente testimoniare che senza chiedere il permesso a loro, niente si può fare. A Roma e a Bruxelles dove tanto si decide.
Il Consiglio di Stato e la Corte dei Conti, da cui lo Stato attinge per guidare gabinetti ministeriali, direzioni generali e uffici legislativi, hanno più anni della Repubblica. Il primo lo volle, infatti, Carlo Alberto nel 1831 e, per tenere sotto controllo i conti pubblici, il Regno unitario istituì la Corte nell’estate del 1862. L’anno dopo la proclamazione dell’unità d’Italia. Come nel 1971 furono istituiti i Tribunali Amministrativi Regionali, subito dopo che, l’anno precedente, avevano iniziato ad esistere le Regioni,
Poteri vecchi, dunque, ma tanto più vitali, quanto più la politica declina. Si è domandato Sabino Cassese, già giudice costituzionale, ma prima ministro della Funzione pubblica ( che una volta si chiamava della Riforma burocratica): “Chi è il legislatore? Formalmente il Parlamento, nei fatti le burocrazie”.
Insomma, dai ministeri a palazzo Chigi e fino al Quirinale, i gangli vitali dei processi decisionali sono presidiati dai “fuori ruolo”. A cominciare dai magistrati del Consiglio di Stato, cui l’art. 100 della Costituzione affida due compiti: la “consulenza giuridico -amministrativa e la tutela della giustizia nell’amministrazione”. In sostanza, scrivere le leggi e giudicarne poi i testi.
In Assemblea costituente, un membro, l’onorevole Romano, presentò un emendamento per limitare i compiti del consiglio alla sola consulenza. Non fu approvato.












