Sono trascorsi cinquant’anni dalla tragica notte in cui morì Pier Paolo Pasolini. Il grande scrittore e regista, attirato in una trappola all’Idroscalo di Ostia, fu massacrato da una banda di picchiatori, come testimoniò Oriana Fallaci, un’altra illuminata, quanto scomoda, scrittrice, senza essere presa in considerazione dagli inquirenti.
Lo ricordo a Barile, un piccolo comune lucano. Avevo circa 4 anni e mi portarono sul set del film Il Vangelo secondo Matteo. Cercavano bambini per girare la scena della strage degli innocenti. Mi sedettero sul paracarro bianco e nero che segnava i bordi della strada sul dirupo. “Il maestro”, come lo chiamavano gli scenografi e i tecnici che gli giravano intorno, era lì: inquadrava con mirabile lentezza la collina delle cantine con una cinepresa posta su un treppiedi. Non se ne fece niente. Preferirono staccare la testa ai bambolotti acquistati in una merceria del luogo.
Erano gli anni sessanta. Gli anni in cui l’Italia era scossa da nuove energie: le energie liberate dalla generazione sopravvissuta alla guerra e che la guerra aveva ancora negli occhi.
Erano gli anni della grande trasformazione economica e politica del Paese, definita da Pasolini come “mutazione antropologica e culturale”. Di lì a poco i media avrebbero iniziato a sostituirsi allo Stato, alle Istituzioni e alla scuola.
Contemporaneamente si sarebbe diffusa quella che Pasolini aveva, sul nascere, già qualificato come la “cattiva coscienza collettiva”: la madre della corruzione politica, sistematica, quotidiana e non episodica, la madre delle tangenti petrolifere versate in proporzione ai partiti di governo. Ne seguì l’Italia del finanziamento pubblico ai partiti, pensato per liberarli fintamente dai condizionamenti dei centri di potere; l’Italia del CAF (Craxi-Andreotti-Forlani) e delle monetine lanciate davanti all’Hotel Raphael, e l’Italia della successiva riabilitazione di Craxi.
La “mutazione antropologica e culturale” del Paese manifestò i suoi effetti in occasione del referendum sul divorzio del 1974 e poi con l’avanzata elettorale democratico- progressista del PCI di Enrico Berlinguer, registrata alle elezioni amministrative del 1975 a discapito della DC e del MSI di Almirante: i valori non sono più quelli clericali ma sono divenuti laici, tolleranti, consumisti e modernisti. E il PCI si afferma come un’alternativa capace, fino al 1984, anno della morte di Berlinguer, superato il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro nel 1978, reo di progettare quel “compromesso storico” non gradito ad alcuni centri di potere.
Pasolini aveva compreso tali dinamiche e ne conosceva l’origine. Perciò andava contro la “cattiva coscienza collettiva” e contro l’“uomo medio” che l’aveva fatta propria al punto da divenire un pericoloso delinquente, conformista, colonialista, consumista, razzista, schiavista e qualunquista.
La sua visione del potere fu, a dir poco, profetica, come profetica fu la sua morte. Essa non solo segnò la morte della libertà intellettuale e culturale, ma preannunciò quanto sarebbe accaduto tre anni più tardi con la morte di Aldo Moro: la definitiva morte del Paese e della sua libertà politica.












