A proposito di interventi del Presidente della Repubblica sulle leggi in gestazione, dovessimo stare a quanto scritto sui giornali o sentito in tv, anche da laudatori della Costituzione “più bella del mondo”, verrebbe da credere ad un’amnesia collettiva dell’art.70 della Carta. Quello che, con solo nove parole (articolo e preposizione compresi), stabilisce lapidariamente, senza riserve palesi o d’interpretazione, che “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. Non da altri. Ad iniziativa del governo, di membri del parlamento, di cinquantamila elettori (art. 71), del CNEL (art.99) e delle Regioni (art.121).
Allora, perché tirare tanto in ballo – se non per la giacca – il Capo dello Stato, dicendo, addirittura, che farebbe modificare il testo dei decreti e disegni di legge che l’Esecutivo ha in elaborazione?
A prescindere, poi, dal ricorso alla parola Colle, retaggio dell’epoca in cui cominciò ad essere usata nell’accezione, di “sede del potere monarchico”, chi sparge le notizie? A chi esse non dispiacciono? Chi tollera?
Certo, sono parte dei compiti del Presidente della Repubblica l’iniziativa, l’impulso, la persuasione perché le attività costituzionali si svolgano correttamente. Insomma, come sentimmo sintetizzare dal Presidente Cossiga nel colloquio con un ministro: generale potere di “consiglio, avviso e avvertimento”. In sostanza, disse – volgendo in italiano la definizione di Walter Bageot in The English Constitution – il potere di “essere consultato, incoraggiare, mettere in guardia” nelle forme che gli sono consentite.
Quelle pubbliche dell’invio dei messaggi alle camere e quelle che, pur rientrando nei rapporti tra istituzioni per assicurare la garanzia del rispetto delle regole dei meccanismi costituzionali, si svolgono nelle forme di interlocuzione riservata. Corrispondenza, incontri informativi e consultivi, gli interna corporis di cui son pieni i diari e gli archivi del Quirinale.
Lungi, perciò, da una partecipazione diretta, per quanto informale, agli autonomi procedimenti elaborativi, alla pari, se non sovraordinata, al Governo e al Parlamento. Secondo la Carta, infatti, il Presidente non è “organo di indirizzo politico” (e le leggi sono la rappresentazione concreta delle visioni e delle scelte politiche). Anche se gli spettano i compiti di “promulgare” le leggi e di rinviarne, con messaggio motivato, il testo per una nuova deliberazione delle Camere, ma, ove queste lo riapprovino, non gli resta altro che promulgarle (art. 74).
Con ciò escludendosi, dunque, che il Presidente – la cui neutralità è caratteristica essenziale del suo ufficio – abbia titolo di partecipare direttamente al loro iter di elaborazione, considerando, altresì, l’art. 89 per cui “gli atti che hanno valore legislativo sono controfirmati anche dal Presidente del consiglio”.
Anche quando, un po’ tutti i Presidenti, hanno richiamato il Governo sull’eccesso della decretazione d’urgenza, lo hanno fatto senza negare la firma, perché il decreto legge è adottato sotto la responsabilità del Governo stesso.
Il modo in cui commentatori, giornali e tv presentano la leale e dovuta collaborazione a carattere riservato tra il Quirinale e il Governo, come scontro politico con invasioni di campo o indebite accettazioni di esse – ove fossero – non può ingenerare il dubbio di intenti propagandistici di parte?
Tutto quanto innanzi, non per riservare al capo dello Stato un ruolo che – disse Meuccio Ruini, Presidente della Commissione dei 75 che predispose il progetto di Costituzione – “non è di evanescente personaggio, motivo di pura decorazione, maestro delle cerimonie”, ma titolare di poteri da esercitare come “soggetto neutro”, Capo dello stato di tutti i cittadini e simbolo dell’unità nazionale.
Tenendo, comunque, presente – notava il costituzionalista Carlo Esposito – che “Tali poteri non sono dati alla Dea Ragione, ma ad un uomo con i suoi vizi e le sue virtù, passioni e inevitabili orientamenti” e Temistocle Martines aggiungeva: “L’interpretazione di questi poteri (come l’esperienza dimostra) può variare a seconda di chi impersona l’ufficio”.











