Un Ministro e vice Presidente del Consiglio, sollecitato da una domanda nel corso di un intervento pubblico, ha affermato: “Lo so che ci sono le carceri riempite. Ma troppi arrestati in flagranza (di reato n.d.r.) vengono subito rimessi in libertà da giudici perdonisti. Questo crea allarme sociale e demotiva Polizia e Carabinieri. Alcune toghe devono mettersi la mano sulla coscienza. Colpirne uno per educarne cento”.
Ci troviamo, indubbiamente, in un difficile contesto sociale criminogeno dove le devianze hanno superato molti argini posti dal legislatore e dal vivere civile. Altrettanto certamente si è innanzi ad una crisi generalizzata della sicurezza percepita dal cittadino. I “giudici perdonisti” sarebbero i soli colpevoli? Riduttivo e ingiustamente accusatorio nella maggioranza dei casi. Negli ultimi anni sono state approvate numerose normative che hanno introdotto nuovi reati e inasprito le pene per alcuni crimini.
La percezione della sicurezza non è migliorata, laddove non peggiorata. Spesso parlare, ribadire, riproporre quotidianamente un problema fa sì che la percezione dello stesso aumenti, anche in presenza di miglioramenti. Molti pensano e dicono: “Se si parla sempre di sicurezza significa che c’è un permanente stato di pericolo”, ovvero il ricordarla fa aumentare la percezione e, in alcuni casi, la crea quando si vede, anche da lontano qualcosa che prima ci avrebbe lasciati indifferenti. Pensiamo alle ricerche tipo Ku Klux Klan o alle ronde di cittadini che, sentendosi sostituti delle Forze di Polizia, procedono a punizioni sommarie. Qualcuno vuol tornare al Far West? Pensiamo agli Stati Uniti dove una pletora di armi di tutti i tipi, in possesso dei cittadini, che le acquistano come fosse un qualsiasi bene, troppo spesso provocano omicidi e stragi.
Veniamo alla parte più interessante delle frasi sopra riportate tra virgolette. “Colpirne uno per educarne cento”. Concediamo al Ministro il beneficio dello svarione. Rammentiamo che “colpirne uno per educarne cento” è una frase utilizzata sia da Mao Zedong nel corso della Rivoluzione Culturale, sia dalle Brigate Rosse. In questi casi il pericolo esisteva veramente, quello di morire. Nel primo caso vi erano processi sommari ed esecuzioni pressoché immediate, nel secondo si veniva proditoriamente uccisi nelle strade. Siamo sicurissimi che il vice Presidente del Consiglio non alludesse ai pericoli immediati citati e, tantomeno, abbia mai condiviso l’ideologia maoista o brigatista. Indiscutibilmente, da sempre, le ha combattute con tutte le sue forze.
Se fosse vero che la sola minaccia rappresenti un deterrente sufficiente ci si chiede “il riempimento” delle carceri non è forse quanto basta per limitare il delinquere? L’inasprimento delle pene ha forse portato alla diminuzione dei reati? Il regime di 41 bis non ha fatto regredire l’agire di mafia. Nei Paesi dove vi è la pena di morte i reati punibili con la stessa non si sono estinti. Pertanto il solo metodo per tentare di arginare il delinquere è la certezza della pena coniugata con la chiarezza delle norme che non debbono riprodursi come per divisione cellulare. Inoltre molti estensori di leggi dovrebbero imparare a scriverle in modo meno criptico.
A proposito di interventi del Presidente della Repubblica sulle leggi in gestazione, dovessimo stare a quanto scritto sui giornali o sentito in tv, anche da laudatori della Costituzione...
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