Quel che è successo in giro per l’Italia nel weekend delle devastazioni non ha nessuna colorazione rossa o nera. E’ soltanto la sconfortante constatazione che il Paese è incazzato e fuori controllo.
A dispetto delle trionfalistiche dichiarazioni che incensano successi governativi difficili da riconoscere per veri, il fatto che lo stato d’animo collettivo sia un po’ sopra le righe era e rimane evidente. La frase “non si arriva alla fine del mese” è stata modificata restringendo l’arco temporale di sopravvivenza a non oltre il giorno 20, ma il problema economico in questa circostanza passa – si fa per dire – in second’ordine.
Quel che spaventa è lo schieramento incolore, privo di marcature politiche ma specchio di un inquietante malessere generazionale. Potremmo accorpare questi soggetti sotto il moderno simbolo della “microcar nera”, quella che in questi giorni ci ha fatto capire come la “noia” spinga a compiere azioni criminali che diventano un gioco e addirittura la normalità.
L’orda barbarica che ha flagellato contesti urbani, tramutandoli in arene dove sfogare inutile rabbia e fare della distruzione un rituale quasi religioso, non è nemmeno quella dei “provocatori classici” che chi organizza una manifestazione teme e spera di bloccare.
Difficile ipotizzare che estremisti reazionari arruolino dodicenni per spedirli a creare disordine. Ancor più impegnativo immaginare che un ragazzino possa trasformarsi in Attila o Alarico di cui lui stesso – bestialmente ignorante – disconosce l’esistenza e ancor più le gesta.
Senza essere “radical chic” come dice il Ministro dell’Interno, ci si trova d’accordo con il sindaco di Milano che si è permesso di far presente che forse certi rischi sono stati sottovalutati e che le contromisure pianificate e attuate sono state insufficienti o inidonee ad evitare lo scempio cui abbiamo assistito.
In un’epoca in cui ci si pavoneggia del fantomatico “monitoraggio della Rete” (che, fidatevi, è operazione tutt’altro che facile e praticabile) ci si domanda come non sia stato possibile non accorgersi di quel che bolle in pentola.
E’ noto anche alle casalinghe che sui social si organizzano incontri, riunioni e assembramenti, lasciando trasparire quel che sta per accadere, dicendo dove e come. Se non è facile (e non è facile) beccare certe chiamate alle armi, si eviti almeno di dire che la situazione è sotto controllo.
Probabilmente si poteva venire a sapere che in piazza non sarebbero arrivate solo persone civili intenzionate a manifestare il proprio pensiero in maniera educata pur in contrasto con chi guida la Nazione. E quindi viene da chiedersi quali iniziative siano state adottate sapendo (o non sapendo) che ci si sarebbe trovati di fronte non soltanto operai, impiegati, professionisti, massaie, pensionati, studenti perbene,
Foto e video delle barbarie sono rimbalzati su Tik Tok non solo per documentare i fatti incresciosi, ma in alcuni casi come testimonianza “embedded”. Come le truppe in combattimento incorporano specialisti della stampa per storicizzare le vicende belliche, anche i devastatori hanno portato al seguito chi ha fatto dirette social e hanno filmato quel che era da esporre online come trofeo di guerra…
A questo punto è il caso di non limitarsi a interrogare chi è stato “catturato”, ma di analizzare quel che si può trovare sulle tante piattaforme di condivisione digitale e tra i gruppi di messaggistica istantanea.
Le demolizioni e i saccheggi non li hanno fatti quelli che si lamentano per il carovita, quelli che hanno perso il lavoro, quelli che non possono permettersi le cure mediche, quelli che vorrebbero più ospedali e scuole e meno caserme, quelli che chiedono che non venga calpestata la loro dignità.
Dietro c’è una strategia di destabilizzazione che non fa comodo né alla destra né alla sinistra. Dietro c’è una regia che gestisce una architettura continentale, che ha un disegno preciso e strumenti di coordinamento, che non sbraita ma agisce in silenzio.
La rivolta è contagiosa, certo, ma qui il bacillo dell’insurrezione viene da lontano e si propaga su più livelli, animata da venti freddi, quasi siberiani.
E la ricetta non è il solito, periodico, inutile inasprimento delle pene detentive…












