Può anche succedere che il circo della politica rasenti il teatro dell’assurdo, come in quella commedia di Beckett con i protagonisti ad aspettare Godot che non arrivava.
Invece il Presiedente della Repubblica, invocato perché respingesse la nuova legge elettorale, l’ha subito firmata. Come dicono, avrà, prima, sicuramente agito con la moral suasion che gli compete e giudicato non manifestamente incostituzionale la normativa approvata dal Parlamento, escludendo, quindi, il ricorso al suo potere di rinvio alle Camere per segnalare incongruenze con i dettami della Carta.
In caso contrario, non avrebbe certamente esitato, vista anche la materia, perché – diceva il presidente emerito della Corte Leopoldo Elia – “evitare vizi di costituzionalità nelle leggi elettorali è più che mai necessario per prevenire la stessa delegittimazione dei risultati delle elezioni: la più grave delle iatture”. Tanto più, a fine legislatura, quando è meno agevole un tempestivo giudizio sulle nuove regole.
Tuttavia, sono già in partenza le istanze ai tribunali perché la Corte esamini il testo votato da parlamentari che, nonostante l’importanza della materia e l’attenzione mediatica, avrebbero deciso in difformità con la lettera – se non lo spirito – della Carta.
Schiere di esperti si sono impegnati laddove l’opposizione parlamentare ha “giocato di rimessa”, sostanzialmente aspettando la pronuncia dei Giudici costituzionali.
Anche se, uno dei più autorevoli, il professor Massimo Villone che fu senatore del PDS, ha notato che la legge “è scritta in modo che chiaramente dimostra studio e ponderazione del rischio Consulta”, non escludendo che la Corte non vada oltre i precedenti e salvi l’impianto essenziale della riforma. Posizione espressa anche da un altro ex deputato PD e costituzionalista, Stefano Ceccanti, cosicché potrebbe ipotizzarsi un intervento del “Giudice delle leggi” su aspetti non essenziali (ad esempio il numero delle firme per chi è fuori dell’attuale Parlamento o l’equilibrio di genere).
In materia di leggi elettorali, da quando, nel 1993, venne adottato il Mattarellum, la riforma indotta dal referendum di Mariotto Segni e di cui fu relatore l’attuale Capo dello stato, non si è mai trovato l’optimum. Efficacemente, Marco Travaglio ha notato che “Il Melonellum è una porcata ma un po’ meno porca del Rosatellum, dell’Italicum” proposti dal centro sinistra di Renzi e votati a colpi di fiducia come con l’attuale governo.
Figurarsi il Porcellum, la legge elettorale che il suo stesso ispiratore, il ministro Calderoli, aveva così zoologicamente assimilato.
Con il Mattarellum, finì il sistema proporzionale adottato fin dalla Costituente e utilizzato per quarantasette anni, sostituito con un impianto che – disse l’onorevole Mattarella alla Camera il 14 giugno 1993 – “prevede e provoca effetti maggioritari e costituisce un forte freno alla frammentazione, induce a coalizioni di alleanze, innesca processi che conducono a aggregazioni di nuovi soggetti politici”.
Il Melonellum non sarà certo l’ultima “riforma” elettorale. Altri governi ed altri parlamenti interverranno ancora per migliorare i meccanismi attraverso cui il popolo esercita la sua sovranità. Potere che ad essi è demandato in via esclusiva e sulla legittimità del cui esercizio vigila e sentenzia la Corte alla quale, a norma della legge n.87 del 1953 che ne disciplina il funzionamento, è preclusa “ogni valutazione di natura politica e ogni sindacato sull’uso del potere discrezionale del parlamento”.
Chi, seppur inconsapevolmente lo ignorasse, si troverebbe ad aspettare Godot.












