Aspettando il Godot del mistero RAI di quest’estate, tra piste e depistaggi, nel paese dell’Acchiappacitrulli, come lo definì Otello Lupacchini, il giudice della banda della Magliana e con esperienza sui casi Moro, stragi, Calvi, P2, mafia. Insomma, uno che sa quel che dice, quando osserva il Pinocchio derubato ma dichiarato, lui, colpevole di furto, imprigionato e poi amnistiato perché si dichiara “malandrino”.
Le cose di cui si parla sono vere? Solite polpette avvelenate? Da chi e perché?
“In questo paese – dice Lupacchini – ci sono troppi segreti, troppo facilmente deperibili. Nel senso che prima o poi qualcuno li tira fuori…tecniche di gestione del potere”.
Non resta quindi che aspettarlo, Godot.
Nell’attesa, uno sguardo in casa Rai dove l’attuale vicenda giornalistico-amicale-politica ha domicilio. Ritornando a un po’ del passato che continua.
Ettore Bernabei – il direttore generale che trasformò la Rai – raccontò che ai suoi tempi “c’era un piccolo ufficio dei Servizi che si occupava “di essa.
Gli spiegarono che serviva a rilasciare il Nos, il nulla osta di sicurezza, ma lui, comunque, ci aveva “sempre voluto avere poco a che fare”. Scottato come fu quando, da direttore de Il Popolo, gli arrivò la polpetta avvelenata di una lettera firmata Giancarlo Pajetta, uno dei massimi dirigenti comunisti, con istruzioni alla rete PCI sulla creazione di reparti paramilitari. La pubblicò, ma era un falso e – allora usava così – si scusò “coperto di vergogna”.
Erano gli anni in cui la gente iniziava a restare a casa la sera per vedere i varietà, gli italiani imparavano dal maestro Manzi a parlare l’italiano, al tg Enzo Biagi con Vecchietti, Telmon, Pizzinelli entrava nelle notizie, dopo aver ridimensionato le cronache dei tagli di nastri da parte dei politici. Con Zavoli, Barbato, Eco la tv usciva dai Palazzi per andare in mezzo alla gente con le prime coraggiose inchieste giornalistiche.
Reazioni – tante – dalla vecchia classe giornalistica e manageriale, con imprevisti stile polpette avvelenate. Come il complotto ideato nell’anticlericale Circolo del Whist di Torino buttando lì la parolina con i nipoti di papa Pacelli contro l’immoralità dei varietà. Così una sera, dieci minuti prima che il Varietà andasse in onda, arrivò nello studio l’ordine, all’apparenza regolare, di far ballare le ballerine senza sottana. Queste ubbidirono e il giorno dopo sull’Osservatore Romano uscì un durissimo attacco al governo. Si corse ai ripari annullando quell’ordine, ma la settimana dopo, stessa scena e contrordine: le ballerine avrebbero dovuto indossare mutandoni fino alla caviglia. Pacco, contropacco e paccotto. Fu allora la stampa laica a protestare. Conclusione: l’Amministratore Delegato Filiberto Guala – che poi si ritirò in convento – dovette dimettersi.
A poche ore dalla strage di Piazza Fontana, il giornalista di un quotidiano chiese in tv notizie sul ballerino Valpreda che la Polizia aveva subito indicato come colpevole, ma in Rai nessuno lo conosceva. Un’altra polpetta: Bernabei dirà di non avere le prove su chi ci fosse dietro alla strana e tempestiva domanda, aggiungendo però:”So che il capo della Polizia Vicari andava a giocare a carte tutte le sere al Quirinale”.
Ce ne fu anche per Sergio Zavoli, al quale il presidente dell’epoca aveva chiesto di intervistare certi giuristi per una trasmissione sul Codice Rocco, la cui scaletta era già pronta. Accusato di aver fatto tagli impropri nelle interviste, Zavoli rischiò il licenziamento, ma, poi, dovette andarsene il presidente che aveva invaso un campo non suo.
Tognazzi a Un due tre con Vianello mise su una scenetta in cui imitava il capo dello stato Gronchi, il quale, in una cerimonia pubblica, era caduto non trovando la sedia che un valletto aveva sbagliato a porgere. Dicono che l’attore, inconsapevole, fu ispirato da qualcuno che, conoscendo la suscettibilità del presidente, sperava di provocare la cacciata del direttore generale, dopo quella dell’amministratore Guala.
Queste, alcune delle storie di ordinarie e pesanti imboscate dietro al cavallo morente di Francesco Messina, che paiono tuttora continuare. Nonostante il “vademecum del perfetto, obiettivo e imparziale giornalista” (copyright F. Monteleone, 1992) in vigore nella Rai che aveva sostituito l’EIAR fascista: “Le notizie entrano in casa altrui, in tutte le case, senza alcuna scelta da parte dell’ascoltatore, contrariamente ai giornali stampati. Bisogna, quindi, presentarle in modo che siano ovunque bene accette o almeno tollerate da quelli che la pensano bianco e da quelli che la pensano nero….”.
Quando arriverà Godot?












