Carl Philipp von Clausewitz (1780-1831) è stato un generale, scrittore e teorico militare tedesco. Maggior generale dell’esercito prussiano. La sua fama risiede per l’avere scritto il trattato di strategia militare “Vom Kriege”, “Della guerra”, che fu pubblicato, ancora incompiuto e postumo, dalla moglie tra il 1832 e il 1837. Il libro è un fondamento principale della teoria strategica moderna per il suo realismo e per la sua completezza concettuale, tanto da oltrepassare l’ambito militare e influenzare la politica, la scienza e altre scienze umane. Sottolineò che gli strumenti e il modo di combattere mutano e si perfezionano con l’avanzare del progresso.
Nel periodo di frequenza della Scuola militare a Berlino approfondì Polibio, Machiavelli, Montesquieu. Si distinse e si fece apprezzare da un maestro di strategia, il futuro generale Gerhard von Scharnhorst, il quale lo protesse e lo sottopose all’attenzione del Sovrano.
Dal 1809 lo affiancò unitamente a un altro stratega, il futuro feldmaresciallo August von Gneisenau, negli studi per il progetto di riforma dell’esercito da professionale a lunga ferma a nazionale di leva.
Nel 1810 venne nominato professore all’Accademia militare nonché insegnante del futuro re Federico Guglielmo IV.
Nel 1812, contrario alla linea politica remissiva imposta alla Prussia da Napoleone, si dimise dall’esercito prussiano e si arruolò in quello russo, decisione frequente all’epoca, con il grado di tenente colonnello nello Stato maggiore zarista; prese parte alla campagna contro i francesi sul fronte baltico.
Dopo le campagne contro Napoleone del 1813-1814, rientrò nell’esercito prussiano con il grado di colonnello e componente dello Stato maggiore del feldmaresciallo.
Promosso generale nel 1818, era inviso ad alcuni sia per l’estrema riservatezza, sia per il suo genio, nonché per le sue amicizie. Nonostante i successi ottenuti sul campo e nel servizio di Stato maggiore, venne nominato Direttore della Scuola di guerra di Berlino, ruolo marginale perché privato di ogni autorità sul settore scientifico che dipendeva da una Commissione speciale.
Nel 1831, nella Polonia prussiana, con un contingente d’emergenza per sorvegliare la frontiera orientale a seguito dell’insurrezione indipendentista della Polonia russa, morì per un’epidemia di colera il 16 novembre.
Clausewitz non voleva elaborare dottrine o esprimere giudizi di carattere morale sulla guerra bensì esaminarne la struttura per formulare una teoria realistica del fenomeno, i suoi fini e individuare i rapporti con la politica, la società e l’economia degli Stati.
Scrisse: “La guerra non è che un duello su vasta scala […] è dunque un atto di forza che ha per iscopo di costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà; la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”.
Sostanzialmente la considerava uno scontro di grandi interessi ritenuto non altrimenti risolvibile; il ricorso alle armi, evento eccezionale, era una scelta e non un obbligo al quale ogni Stato vi si sarebbe dovuto preparare già in tempo di pace.
Sosteneva che “la guerra deve essere concepita non come cosa a sé stante, ma come strumento politico”, influenzata dal caso e dall’irrazionalità, essendo violenza, incertezza e grave dispendio di risorse.
Con piacere ci si ispira all’illuminante e rigoroso articolo scritto il 27 agosto da Renzo Trappolini sulle pagine di Giano News: “Forze Armate, spirito democratico e scuola”.
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