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Home LA STORIA CHE DIMENTICA

FORTEBRACCIO CONTROCORRENTE

Renzo Trappolini di Renzo Trappolini
25/07/2026
in LA STORIA CHE DIMENTICA, RIFLESSIONI
FORTEBRACCIO CONTROCORRENTE
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TE LO LEGGO IO

 

Due che, leggendoli, lo fanno rivivere, Montanelli, morto nel fine luglio di venticinque anni fa: Marco Travaglio, che però ci tiene a precisare che nessuno può somigliargli perché “Indro è un caso unico nella storia” e Roberto Gervaso autore, con lui, di una Storia d’Italia in sei volumi. La prima volta che lo vide ebbe la sensazione che scrivesse “a velocità astrale, senza un’esitazione, un rimorso” e, soprattutto “non intingeva la penna nell’inchiostro neutro”.

Toscanaccio. Non Toscanuccio, una categoria dello spirito, prima che sociale, di cui – scrisse – “appena sento puzza, mi vien fatto di appoggiarmi alla parete per mettermi al coperto le spalle”. Accio, cioè graffiante come la poesia del conterraneo Giuseppe Giusti, quello dell’epiteto “Re Travicello”.

 E poeta all’inizio si provò ad essere anche lui, appena lasciata la natia Fucecchio: “Il vento che muove i cipressi/ perché non solleva, Gesummaria la nera/ bandiera della Narchia?”. Un anarchico conservatore, l’ha definito Marcello Veneziani, una vita avventurosa in mezzo mondo senza mai accasarsi con nessuno, governo, partito o editore che fosse.

Le sue “Stanze”, i suoi “Controcorrente” che con poche battute sulla inseparabile Olivetti 22 facevano capire il presente senza astrazioni, frasi fatte o fronzoli vari. Insomma, senza far sbadigliare il lettore. Giornalista libero sempre, dal Corriere della Sera a La Voce che dovette fondare per proteggere la sua indipendenza di pensiero e di parola.

In mezzo, Il Giornale di cui divenne direttore dopo aver sbattuto la porta del Corriere e che lasciò per non fare da spin doctor di lusso del proprietario, quando il Cavaliere del Lavoro Silvio Berlusconi decise di scendere dal cavallo di razza imprenditoriale per correre nell’arena della politica. Dalla quale Montanelli non fu mai tentato, neanche di fronte alla offerta della nomina a senatore a vita.

Toscanaccio sempre e con tutti, soprattutto quelli un po’ con lo stesso suo carattere. Come il vicino di regione, Mario Melloni, della città metropolitana di Bologna, che, su l’Unità, organo del PCI, firmava con lo pseudonimo Fortebraccio sei corsivi a settimana. 

Un contraltare, altrettanto raffinato, ai montanelliani graffi giornalieri.

Dandosele, da una parte e dall’altra, di santa ragione: “Per fortuna, c’è Indro Montanelli, che è il Paolo Villaggio del Corriere”, scrisse Fortebraccio che chiamava Il Giornale, Il Geniale, con chiaro sarcasmo verso il direttore, il quale gli rispondeva: “Un comunista così spiritoso l’abbiamo solo noi italiani, Figuriamoci gli altri”.

E Fortebraccio a ironizzare su una “indipendenza de Il Geniale da ubriacare perfino Goffredo Mameli…Montanelli sbatte una porta e lascia un padrone, ma se ne cerca altri peggiori…. consiglia di votare per un partito che gli ripugna o non stima…Crediamo che anche il direttore de Il Geniale dica Governo ladro, trovandosi una volta tanto nel vero”.

Uno dei graffi del Toscanaccio subito dopo l’assassinio di due carabinieri a Genova nel novembre 1979: ”Fortebraccio al quale la commozione non si addice, si domanda chi è accorso per primo accanto ai due…I primi ad accorrere sono stati i compagni terroristi che li hanno uccisi”. E l’anno dopo: ”Mentre voi dormite il PCI lavora, intitola oggi, rassicurante, Fortebraccio sull’Unità. Ma è proprio questo che non ci lascia dormire”.

I due avevano, però, un fronte comune: l’avversione al conformismo e al potere di “lorsignori”.

Racconta Antonino Cangemi di uno scherzo sul tipo di quelli che sei secoli prima si facevano Pietro l’Aretino e Paolo Giovio, ironizzando sulle reciproche lapidi funebri. Fortebraccio stilò per sé questo epitaffio: “Qui giace Fortebraccio che segretamente amò Indro Montanelli. Passanti perdonatelo, perché non ha mai cessato di vergognarsene”. 

A stretto giro la risposta del Toscanaccio con l’espressa volontà di essere sepolto accanto a lui e solo tre parole: “Vedi lapide accanto”. Ed effettivamente Mario Melloni, Fortebraccio, morì prima.

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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Prima della sua attuale terza età, ha lavorato in banca. Nella sede centrale di BNL, come Capo dei rapporti istituzionali e poi di quelli finanziari e operativi con le Pubbliche Amministrazioni. Successivamente, Direttore Generale della Cassa di Risparmio della Provincia di Viterbo, Amministratore di Carisap, Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno e di Banca dell'Adriatico. E' stato consulente di Artigiancassa e della Regione Lazio. Ha collaborato con Nerio Nesi per il libro "Il codice delle nomine bancarie" (Edizioni Feltrinelli - 1981). Ha scritto per riviste bancarie, un settimanale e un quotidiano a tiratura nazionale, oltreché giornali on line.

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