La tarda Età del Bronzo (secoli dal XV al XIII a.C.) ha rappresentato per l’antico vicino Oriente un’epoca di grande interazione politica, economica e culturale. In un quadro di vivaci scambi, la diplomazia raggiunse il suo apice. La grande parte delle formazioni statali avevano dimensioni regionali, frutto di aggregazioni scandite nei tempi e nei luoghi. Le loro relazioni erano formali e strutturate.
Il regno ittita era ubicato nell’area nord-mesopotamica e nord-siriana.
Erano i Grandi Re, in particolare egiziani e ittiti, coloro che, spinti sia da ragioni d’interesse, sia da fattori ideologici, si resero garanti dell’equilibrio di un sistema, basato su un apparato diplomatico complesso per l’epoca e sempre operativo. L’attività diplomatica imperniata sui Grandi Re, si estrinsecava in un costante sistema di scambi prevalentemente di tre tipi: messaggi, beni e persone.
Nell’ambito di tali tipologie, la messaggistica fu funzionale alle altre. Solo per mezzo delle trattative epistolari beni e persone potevano essere oggetto di scambio. Quello di oggetti avveniva formalmente come scambio di doni ma, in realtà, era il risultato di negoziazioni, mai esplicitate, nelle quali si combinavano fattori economici, il valore del dono, il prestigio, il significato simbolico degli oggetti. Parimenti fruttuoso, sia ai fini diplomatici, sia economici, era lo scambio di persone.
Frequentemente erano richieste principesse e specialisti. Le prime ai fini di matrimoni interdinastici, allo scopo di imparentare e rendere più solidi i rapporti tra le famiglie reali dei due Paesi. Gli specialisti, scambiati tra le varie corti, erano prevalentemente artigiani, medici ed esperti di magia.
Non di rado, specialisti e messaggeri, pedine del gioco diplomatico, venivano trattenuti più a lungo del necessario nel paese nel quale erano stati inviati; in questo modo la trattativa riguardante la richiesta e la tardiva restituzione consentiva di protrarre le relazioni tra i due Paesi senza mai giungere alla rottura delle relazioni politiche.
La fitta rete di scambi era una funzione fondamentale per la stabilità del sistema; evitava, riconducendo al dialogo diplomatico, ogni potenziale conflitto. Benché a livello formale i rapporti parevano basati sulla cordialità e l’alleanza, in realtà il sistema era imperniato su una partita, giocata dai Grandi Re, consistente in mosse e contromosse finalizzata a incrementare il proprio potere e limitare quello degli altri. Attraverso strumenti di intelligence si giungeva a una precisa conoscenza di tutti gli attori in gioco.
Fondamentale era la corrispondenza dei vari Grandi Re con i Piccoli Re, a loro sottoposti. Costoro informavano i loro signori su manovre militari, circostanze politiche e situazioni personali che riguardano gli altri Grandi Re e di cui avevano conoscenza.
Tra sovrani ittiti ed i Piccoli Re siriani e anatolici intercorreva un fitto scambio di corrispondenza nella quale erano contenute informazioni per il sovrano ittita. Le comunicazioni tra il sovrano ittita e il Piccolo Re pare fossero improntate alla cautela. Sembra che le operazioni di intelligence, volte a veicolare informazioni di politica internazionale, oggetto di comunicazioni con i loro vassalli, non rivestissero una particolare rilevanza.
A conferma che le operazioni di intelligence rivestissero un ruolo chiave per i sovrani ittiti, è reso evidente dal fatto che i Piccoli Re venivano vincolati a tale compito attraverso uno strumento giuridico. Il sistema ittita prevedeva una ratifica in forma scritta, su tavoletta metallica, delle regole di sottomissione dei Piccoli Re siriani e anatolici attraverso il trattato di subordinazione, detto anche di vassallaggio.
I trattati ittiti pervenuti presentano una struttura fissa: un preambolo con il nome e la titolatura del sovrano, un prologo storico nel quale si narravano, ovviamente dal punto di vista ittita, le vicende che portavano alla redazione del documento, le clausole costitutive nelle quali erano definite le regole alle quali i due contraenti si dovevano attenere, una clausola nella quale si indicava se e come la tavoletta dovesse essere letta pubblicamente e quale dovesse essere il luogo di deposizione della versione ufficiale del testo e, infine, una parte detta “sacrale” nella quale, oltre a essere invocate ed elencate le divinità garanti del patto, si trovavano le formule di maledizione e benedizione per i firmatari del trattato.
Le clausole costitutive rappresentavano la struttura giuridica del trattato, atteso che la loro infrazione comportava la sanzione divina. Il loro contenuto era standardizzato e volto sia a sancire l’alleanza militare tra i due sovrani, sia a regolare questioni relative a deportati e fuggiaschi. Spesso i trattati, sia quelli stipulati con sovrani indipendenti, sia quelli cosiddetti di subordinazione, rivolti ai vassalli, contenevano clausole che definivano il modus operandi di intelligence. Erano di due tipi: una nella quale il Piccolo Re veniva obbligato a riferire al sovrano ittita trame e complotti contro di lui, l’altra in cui il Piccolo Re veniva vincolato a non divulgare ad altri ciò che il sovrano ittita gli comunicava in modo confidenziale, una sorta di clausola di segretezza.
Carl Philipp von Clausewitz (1780-1831) è stato un generale, scrittore e teorico militare tedesco.
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