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Home LA STORIA CHE DIMENTICA

L’IDENTITÀ DI GENERE E LA POLITICA DEMOGRAFICA NELLA PRIMA METÀ NOVECENTO. Terza e ultima parte

Giuseppe Bodi di Giuseppe Bodi
23/04/2026
in LA STORIA CHE DIMENTICA
L’IDENTITÀ DI GENERE E LA POLITICA DEMOGRAFICA NELLA PRIMA METÀ NOVECENTO – Prima parte
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Particolare fu la normativa della Germania nazista; la politica demografica era ispirata a un principio di selezione in base a criteri razziali e socio-politici. Se da un lato le famiglie ritenute “idonee” venivano incoraggiate a prolificare, quelle considerate “non idonee” venivano ostacolate o messe nelle condizioni di impossibilità a procreare. La castrazione, la sterilizzazione forzata e lo sterminio nei campi di concentramento furono funzionali a tale politica. La procreazione delle coppie idonee era approvata anche fuori dal matrimonio e furono allentati i pregiudizi verso le ragazze madri. Naturalmente l’omosessualità era repressa poiché non consentiva la procreazione. Alcune ricerche dei medici nazisti furono indirizzate a sradicate questo “male”.
In Inghilterra la contraccezione rimase legale, nonostante la contrarietà della Chiesa Inglese. Comunque l’accesso a informazioni attendibili era ostacolato da medici e politiche sanitarie governative.
In Italia le strutture sanitarie di supporto erano aperte a tutti. In Spagna erano basate su discriminazione di natura politica. Orfani, vedove e mutilati di guerra di parte repubblicana non avevano diritto a pensione; a loro non rimaneva che l’elemosina, prostituirsi o piccole vendite ambulanti. In Germania seguivano gli stessi parametri razziali della procreazione.
Sia in Italia, sia soprattutto in Germania, il controllo dell’educazione dei giovani, mediante apposite organizzazioni basate sull’età, spesso limitava l’autorità genitoriale. Le manifestazioni, organizzate dal regime, di giovani ragazze e donne era mal vista dai benpensanti. In Spagna le giovani che uscivano in pubblico dovevano rigidamente attenersi alle norme della “decenza cristiana”.
L’impostazione politica della famiglia in merito al destino di maternità sottendeva anche un limite alle attività pubbliche della donna, ribadendo la sua dipendenza dal marito. Le stesse rivendicazioni salariali miravano a incrementare il reddito dell’uomo per poter meglio sostentare la famiglia; ciò sfavoriva l’accesso al mercato del lavoro delle donne.
Pur nelle diverse impostazioni nei vari Stati, la sostanza fu una limitazione, se non impedimento, del lavoro per le donne destinate ad incrementare la natalità. Venne ribadita una prevalenza dell’uomo sia in àmbito domestico, sia pubblico, sia lavorativo. Tale impostazione si aggravò nel periodo della grande depressione dei primi anni trenta del secolo. Il lavoro era considerato una sorta di ostacolo alla prolificità della donna.
In Italia, diversamente che altrove, gli assegni familiari non erano sufficientemente alti ed i salari inadeguati a fornire una vita dignitosa alle famiglie, ovvero procurarsi di che vivere e sfamarsi dignitosamente. Si intravide un nesso positivo tra povertà e aumento demografico condannando l’egoismo borghese. L’esito negativo della campagna per l’incremento demografico semplicisticamente fu sintetizzato nella frase del Capo del Governo: “Figli o legnate”.
La Germania nazista , nonostante considerasse missione della donna “figli e cucina”, regolamentò l’orario del lavoro femminile e costrinse i datori di lavoro ad aprire strutture per i loro bambini. Le ragazze tra i 18 ed i 25 anni prive di occupazione dovevano lavorare, come volontarie, presso le famiglie bisognose; dal 1935 tale servizio fu reso obbligatorio. Nel 1943, su pressione degli industriali, le donne tra i 17 ed i 50 anni vennero impiegate a sostegno dello sforzo bellico.
Si può facilmente rilevare che tutta l’Europa, nel corso degli anni trenta, pose al centro dell’attenzione pubblica la famiglia. Non solo la politica per l’incremento demografico ma anche interventi nei rapporti di genere; modifiche vennero introdotte nelle sfere pubblica e privata della famiglia.
La spesa pubblica nei settori del tempo libero, dell’istruzione, della previdenza e dell’assistenza ebbero la finalità di rafforzare il consenso politico; mutarono i rapporti tra famiglia e sistema politico. L’opera Nazionale Dopolavoro, istituita in Italia nel ventennio tra le due guerre, fu prevalentemente a beneficio del settore pubblico e vide uno scarso coinvolgimento delle donne.
Il contenimento delle nascite, anche se non era una forma consapevole e diretta di opposizione al fascismo, era diffusa. Molte coppie limitarono il numero dei figli, probabilmente per motivi economici e per timore dei venti di guerra che aleggiavano in Europa.
In Germania il governo nazista tentò di mantenere alto il tenore di vita per incrementare il consenso; favorì la diffusione di radio, cinema, dei primi elettrodomestici, delle autovetture popolari. Si voleva spingere verso la società dei consumi imitando il modello statunitense. Il progetto si arenò per la carenza della domanda.
Non solo i regimi totalitari investirono nel tempo libero. Anche Francia e Inghilterra riconobbero la sua importanza favorendo la partecipazione volontaria locale e non quella imposta come nei regimi totalitari. Si organizzarono vacanze, anche al fine di rafforzare i legami familiari.

Fonte: “La Storia” ed. Corriere della Sera Vol. 26
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Giuseppe Bodi

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