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LA GUERRA

Renzo Trappolini di Renzo Trappolini
19/03/2026
in RIFLESSIONI
LA GUERRA
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TE LO LEGGO IO

Quando perse la guerra, l’Italia era un “popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori”. Mussolini lo aveva detto il 2 ottobre 1935 e fatto incidere sul Palazzo della Civiltà e del Lavoro, all’Eur di Roma, ma, nonostante una tale etnia dalle grandi gesta e dagli eccelsi pensieri, l’esercito, l’aviazione e la marina furono sconfitti.
Sarà stato forse perché, come invece oggi, non c’erano a consigliare, giudicare e suggerire, gli esperti di strategia e tattica, i geopolitici e 007 (o sicofanti così li chiamava Andreotti al quale, appena diventato ministro della Difesa, fu sconsigliato di occuparsene, ma lui se ne occupò) che indottrinano in tv e sui giornali?
Ai catechizzandi che, al pari di chi scrive, nulla, invece, sanno – e poco capiscono dalle performances televisive o letterarie- rimane spesso una sorta di magone da impotentia sciendi, perché, intanto, si continua a bombardare in mezzo mondo.

Meglio, perciò, le antiche e sudate carte. Per esempio, quelle di Francois Marie Arouet, noto come Voltaire, il quale, nel 1764, in un Dizionario Enciclopedico spiegava che: ”La guerra ci viene dalla immaginazione di poche persone sparse sulla superficie del globo sotto il nome di principi o ministri”. Sostituendo, oggi, democraticamente la parola principi con presidenti, si conferma che nihil novi.
“Una bella trovata, un’invenzione che nasce dalla associazione di popoli per il bene comune. Ad esempio, l’assemblea dei Greci che dichiarò guerra all’assemblea dei Frigi…il popolo romano che, riunito in assemblea, giudicava fosse nel suo interesse andare a battersi prima della mietitura con Veio o contro i Volsci…i Cartaginesi e tutti gli altri”.
Ogni guerra, aggiungeva, ne porta di nuove, collegate o no. Gli altri principi, infatti, vedono la possibilità estendere il loro dominio e alla “folle impresa si aggregano, a volte senza più neanche sapere per che cosa si combatte. Tutti però d’accordo su un punto: fare ogni male possibile”.

Non basta, perché, continuando a leggerlo, viene in mente quel rito propiziatorio che alcuni religiosi hanno celebrato, giorni fa, intorno al presidente Trump, al quale non hanno nemmeno chiesto di inginocchiarsi di fronte al Dio onnipotente che, per le sue vittorie, stavano invocando. Infatti, secondo Voltaire, se “la religione naturale ha impedito molte volte ai cittadini di commettere crimini, quella artificiale incoraggia, talora, a commettere crudeltà, saccheggi, attacchi di sorpresa”. D’altronde, ”tutti gli uomini hanno adorato il dio Marte. Sabaoth, per gli ebrei, è il dio degli eserciti”.

In ogni guerra, dunque, c’è sempre stato un Dio, soprattutto per i vincitori. L’Osservatore Romano del 10 maggio 1945, dando la notizia della fine del secondo conflitto mondiale, scriveva che il presidente USA, Truman aveva detto: ”Per il trionfo delle armi rendiamo grazie a Dio che ci ha dato la vittoria”, Re Giorgio d’Inghilterra: “Abbiamo affidato la nostra causa nelle mani di Dio ed egli è stato la nostra forza”, Churchill alla Camera dei Comuni: ”La grande potenza di Dio sembra abbia in precedenza deciso la sorte delle nazioni”.

Non a caso, Voltaire aveva ammonito: “Filosofi, moralisti, bruciate i vostri libri. Che m’importano l’umanità, la beneficenza, la pietà quando una mezza libbra di piombo mi fracassa!” concludendo, però, che: “La guerra è un flagello inevitabile”.

Nel Medio Oriente di oggi, una parte dell’umanità combatte in nome di Dio (Allah versus Jahweh) ed in Ucraina non è certamente fraterno l’atteggiamento del Patriarca di Mosca verso gli ortodossi di Kiev. Anche se, due secoli e mezzo dopo Voltaire, le Chiese cristiane hanno iniziato un cammino di purificazione della memoria certificato dal Mea culpa di papa Woytila “per i comportamenti colpevoli contro la pace”.
Leone XIV, poi, nei giorni scorsi, ha capovolto il teorema voltairiano della ineludibilità della guerra corollario dell’interesse del singolo popolo, affermando che per superare “la globalizzazione dell’impotenza che induce a credere che un’era libera da conflitti sia irraggiungibile” occorre “la collaborazione interdisciplinare sistematica, che riunisca istituzioni, organizzazioni, scienziati, leader”.

Rimedio facile a dirsi, più difficile applicarlo. Ma, almeno, comprensibile a tutti.

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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Prima della sua attuale terza età, ha lavorato in banca. Nella sede centrale di BNL, come Capo dei rapporti istituzionali e poi di quelli finanziari e operativi con le Pubbliche Amministrazioni. Successivamente, Direttore Generale della Cassa di Risparmio della Provincia di Viterbo, Amministratore di Carisap, Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno e di Banca dell'Adriatico. E' stato consulente di Artigiancassa e della Regione Lazio. Ha collaborato con Nerio Nesi per il libro "Il codice delle nomine bancarie" (Edizioni Feltrinelli - 1981). Ha scritto per riviste bancarie, un settimanale e un quotidiano a tiratura nazionale, oltreché giornali on line.

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