Gli “ottimisti” di Antonio Albanese sono ormai un modello obsoleto. La cronaca di questi giorni ne ha dato prova lampante.
Da noi le cose vanno bene, vanno veramente bene. Ed è giusto che il mondo lo sappia, è corretto che l’intero pianeta sia informato sulle strepitose condizioni sociali di una delle nazioni del G7, è sacrosanto che i mass media si concentrino sui pochi residuali problemini che affliggono l’Italia.
Chi erroneamente pensava alle preoccupazioni del lavoro che manca è stato bloccato con la dimostrazione che “due euro e mezzo a consegna” sono garantiti a chi pedala per chilometri sotto la pioggia con la propria bicicletta anche a notte fonda.
E’ l’occupazione che cresce, garantendo attività dinamiche che mescolano il fitness all’impegno professionale, formando veri e propri pentatleti della disperazione. E’ adrenalina pura che si contrappone alla apatica sedentarietà che affligge meritevoli amici degli amici che sono stati costretti ad accettare noiosi incarichi in enti o in aziende municipalizzate o a vincere misteriosamente concorsi pubblici senza nemmeno aver capito come hanno fatto. I “rider” hanno solo difficoltà ad appendere la loro laurea al manubrio o ad affiggerla sul borsone termico che gli ha dato Glovo, Just Eat, Deliveroo o chissà chi altro, ma sono certi più fortunati: lavorare all’aria aperta, incontrare ogni giorno persone diverse, calarsi nella realtà quotidiana senza il filtro di giornali o siti web che raccontano la loro versione.
L’adrenalina della precarietà è il sale della vita e lo sapranno raccontare ai nipoti, se mai saranno in condizioni di metter su famiglia e dare figli alla Patria…
L’entusiastico scenario tricolore della sanità, quello inebriante della scuola, quello fantasmagorico dei trasporti e quello affascinante dell’economia non meritano certo approfondimenti, perché siamo un modello invidiato ad ogni latitudine e vantarsene sembra irriguardoso verso quelle popolazioni dove tristemente la gente riesce a curarsi, migliorare culturalmente, viaggiare con certezza e in orario, metter qualche risparmio da parte.
L’Italia ad onor del vero qualche turbamento ce l’ha. La perfezione è vicina, ma qualche motivo di apprensione non manca.
Tra le priorità spicca il malessere sociale scatenato dalla rinuncia a partecipare al Festival di Sanremo di Andrea Pucci che, nelle ridenti terre dei romantici co.co.co, era stato originariamente co-optato come co-conduttore.
Prima che qualche disadattato si lasci scappare irrefrenabili esclamazioni che oscillano tra il triviale “chi cazzo è” e il più dotto “Carneade, chi era costui”, va detto che stiamo parlando di uno dei capisaldi dell’umorismo contemporaneo, una sorta di moderno Vate che con i suoi spettacoli di elite celebra in modo aulico i fasti del Paese, una specie di aedo del terzo millennio capace di trasfondere il meglio della cultura e del bon vivre alle future generazioni.
L’encomiabile artista, iniquamente aggredito virtualmente da inammissibili critiche e veementi minacce, ha preferito abbandonare il legittimo sogno di esibirsi sul palco dell’Ariston e cancellare sui social la “cartolina” con cui annunciava il suo arrivo nella Riviera delle Palme.
Fortunatamente quell’immagine è sopravvissuta alla furia iconoclasta che caratterizza certe fasi storiche e grazie a download e screenshot ne è stata perpetuata la memoria affiancandola ad altri immarcescibili “scatti” della tradizione letteraria.

La foto che lo ritrae mentre scruta l’orizzonte è stata interpretata male da chi non ha saputo cogliere il suo profondo significato, il sottile (sottilissimo) incitamento alla purezza della natura, l’invito a riflettere e a guardare oltre.
Molti detrattori si sono invece concentrati su piccoli dettagli, insistendo sull’inopportunità cromatica del salvagente arancione o sull’avere la faccia pallida.
I “leoni da tastiera” hanno ruggito nelle gabbie dei social network, ma chi incarna la sensibilità degli italiani (gli italiani veri che cantava anche l’indimenticabile Toto Cutugno) ha saputo testimoniare l’autentico sentimento nazionale.
Era dai tempi di Martin Luther King che non si vedeva un martire di cotanta caratura ed è stato lodevole che il Presidente del Consiglio dei Ministri abbia saputo esprimere la dovuta piena solidarietà ad un eroe bistrattato nella ormai appurata “deriva illiberale della sinistra”.
Duole constatare che il Quirinale non abbia formulato il proprio sostegno, ma forse il cuore addolorato di Mattarella non ha solo trovato ancora le parole giuste.












