Venerdì 13 febbraio i funerali del fisico Antonino Zichichi a Santa Maria degli Angeli, il tempio dove fede e scienza si incontrano sotto la riproduzione del pendolo che simboleggia le scoperte di Galileo ed accanto alla grande statua in bronzo dello scienziato “divin uomo” che – parole di Zichichi – “cercò nella natura e nell’universo le impronte di Dio”.
Lì, come ad Erice, nella nativa Sicilia, il professor Zichichi ha fatto incontrare scienziati di ogni credo o senza credo alcuno, anche a dimostrazione che “la scienza non è responsabile del fatto che la terra sia imbottita di bombe”, scrisse Andreotti di cui, da giovane, era stato consigliere.
Il Manifesto di Erice, che lui nel 1982 scrisse, fu firmato da diecimila scienziati, consapevoli, in tempi ancora di guerra fredda, che i segreti scientifico-militari sono il nemico numero uno dell’umanità.
I dialoghi promossi da Zichichi attirarono l’attenzione di Gorbaciov e Reagan e per loro ed a loro parlarono congiuntamente scienziati russi e americani, contribuendo non poco a frenare le corse al riarmo.
Tornare, oggi, a quello spirito, mentre Russia, Stati Uniti, Iran e la Cina – silenziosa ma operosa – ridiscutono, o meglio paiono minacciarsi col nucleare, risulterebbe più produttivo di accordi la cui base sia, come pare, soprattutto mercantile.
Zichichi era convinto della potenza a fini pacifici e di sviluppo dell’energia nucleare, come pure di una “logica rigorosa sottesa a tutte le cose del mondo”. Leggi che regolano la natura e solo l’ipotesi che a stabilirle sia “qualcuno più intelligente di noi che ha fatto tutto” può spiegare, secondo lui, il passaggio ”dalla materia inerte a quella vivente ed infine alla materia dotata di ragione, cioè l’uomo”.
Come altri scienziati, partiva dall’assioma che “esistono teoremi non dimostrabili”, come quello della affermazione o della negazione dell’esistenza di Dio e di questo parlava con il papa Giovanni Paolo II e col non credente Sandro Pertini, partecipando la nascita della grande amicizia fra i due.
Non a tutti, però, piaceva l’umiltà socratica con la quale procedeva nella ricerca delle leggi che presiedono alle ragioni e alla storia della vita e della natura, con il sole da cui quasi totalmente dipenderebbero i cambiamenti climatici.
Non agli scienziati e, figurarsi, ai politici. Quando si pose il tema della candidatura alla direzione del CERN di Ginevra e la scelta era fra due italiani, una consultazione di alto livello scientifico internazionale vide schierati a favore di Zichichi venti scienziati di cui dieci Nobel, ma un comitato dello stesso CERN, composto di altri venti studiosi (tra cui un solo Nobel) si pronunciò per Rubbia e la stampa di casa nostra semplificò il tutto in termini di “duello” tra presunti danti causa politici: Andreotti e Craxi.
Zichichi non piaceva neanche al matematico Piergiorgio Odifreddi, che ne criticò le posizioni in materia di rapporti tra scienza e religione, parlando di “castronerie e assurdità così tante e così abissali” da indurlo, poi, a scrivere un pamphlet dal titolo “ Zichicche” , con pensieri sullo studioso di Erice dettati da intellettuali, scienziati, giornalisti di vario orientamento, compreso l’antico mentore Giulio Andreotti che ne curò la prefazione.
Lo stesso Odifreddi, trattando di fondamentalismo religioso ne “Il matematico impertinente – Longanesi 2005”, inserì il professor Zichichi tra “i poveri di spirito, dei quali è il Regno dei Cieli” riecheggiando una delle beatitudini evangeliche e intitolò un suo articolo “Dagli amici si guardi Iddio”.
Può darsi che il Padreterno lo assecondi, ma, intanto, nel tempio romano in cui da decenni scienza e fede si incontrano sotto lo sguardo di Galileo, canteranno a Zichichi: “In Paradisum deducant te Angeli…”.
J.D. Vance è il secondo alla Casa Bianca e lo è anche nel voler dare consigli al Papa.
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