Dinanzi a situazioni di rilievo istituzionale c’è chi si permette di scherzare e qualcuno ha messo in mezzo persino Fiorella Mannoia e un suo ritornello che farebbe da colonna sonora ad un recente episodi di cronaca e alla sua evoluzione.
Il duello mediatico
Qualcuno – nottetempo e persino in orario notturno – sarebbe entrato indebitamente nei locali del Garante Privacy. Qualcun altro diffonde la notizia.
Il 29 Novembre l’Autorità per la Protezione dei Dati Personali, certo dopo tutti gli scrupolosi accertamenti del caso, pubblica un comunicato formale con cui smentisce notizie stampa che parlano di una intrusione nei suoi uffici di Piazza Venezia. La nota sottolinea che “In relazione a tale dichiarazione, del tutto destituita di fondamento, il Collegio del Garante e i suoi componenti adotteranno le tutele previste dalla legge a garanzia della propria onorabilità e di quella dell’Autorità” e concludeva con un secco “chiede alla redazione di Report di dar conto del reale svolgimento dei fatti nel corso della trasmissione di domani e a il Fatto Quotidiano di rettificare quanto riferito nell’articolo pubblicato questa mattina”.
Report è andato in onda. Repubblica non ha cancellato i suoi articoli.
In ossequio al celeberrimo e valorosissimo Generale Vannacci e al suo “Il mondo al contrario”, la rettifica non è stata fatta dai mezzi di informazione destinatari dell’invito, mentre il Garante il 4 dicembre comunica di aver presentato una denuncia. Non contro Ranucci o il quotidiano La Repubblica, ma nei confronti degli eventuali ignoti eventualmente introdottisi nelle stanze off-limits.
La storia
Ricostruiamo la sequenza cronologica, non per esigenze narrative ma per mera velleità di valutare gli eventi alla luce delle disposizioni vigenti.
Report racconta in televisione la storia domenica 30 novembre, ma le anticipazioni di Repubblica e de Il Fatto Quotidiano risalgono a venerdì 29, ovvero subito dopo che il programma di Sigfrido Ranucci annuncia su Instagram il servizio di inchiesta che sarebbe andato in onda il giorno dopo.
Il presunto accesso indebito ai locali (dove sono custoditi fascicoli cartacei riservati) ed eventualmente ai sistemi informatici (dove sono memorizzate informazioni protette da segrete d’ufficio e comunque non destinate ad esser divulgate) potrebbe aver ipoteticamente comportato una violazione di dati personali (si pensi anche soltanto alle schede dei dipendenti dell’Autorità).
Le riprese delle telecamere di sorveglianza, nel rispetto della disciplina vigente, sono state sovrascritte e quindi probabilmente non sono più disponibili anche se un tentativo di recupero potrebbe essere fatto (spes ultima dea) con l’ausilio di qualche specialista di informatica forense.
Il sistema d’allarme
A quanto pare, nonostante il martellamento pubblicitario di Verisure e di altri operatori del settore, c’è ancora chi non si organizza per fronteggiare certi problemi
Un eventuale ingresso indebito avrebbe dovuto attivare i dispositivi di allarme che – ormai utilizzati anche dai comuni cittadini per le loro abitazioni – rilevano il distanziamento dei contatti elettrici che avviene alla apertura delle porte, la variazione volumetrica determinata dalla presenza di persone nei locali di cui i sensori calcolano lo “spazio libero” da oggetti, il movimento di qualcosa o qualcuno grazie alla “motion detection”, e così via…
L’allarme avrebbe dovuto far scattare sirene acustiche, inviare messaggi a chi è incaricato della sorveglianza e del corrispondente intervento in caso di emergenza, indurre alla conservazione dei filmati delle telecamere oltre il tempo previsto dalla disciplina privacy per consentirne l’inoltro alla Procura della Repubblica competente.
Se c’era un sistema di protezione dagli accessi indebiti, da qualche parte ci deve esser traccia di quel che è eventualmente successo in prossimità temporale della festività di Ognissanti. Se non è scattato nulla non è entrato nessuno, oppure è entrato qualcuno con chiavi – fisiche o elettroniche – che hanno ovviamente “tranquillizzato” l’allarme lasciando intendere che il passaggio di un badge equivalesse all’ingresso di soggetto abilitato.
Il log (ossia il registro elettronico che annota di chi entra ed esce) conserva per ragioni amministrative le “timbrature” più di sette giorni e quindi il suo esame può offrire spunti interessanti.
La denuncia presentata dal Garante e comunicata al pubblico il 4 dicembre sarebbe avvenuta a distanza di qualche giorno (forse quattro) dalla notizia apparsa sui giornali, chiarendo indirettamente che l’intrusione non è da escludere che ci sia stata.
Gli obblighi in caso di violazioni dei dati
Un consolidato provvedimento del Garante, il numero 157 del 30 luglio 2019, ribadisce gli obblighi per i casi in cui archivi e documenti possano finire nelle mani di soggetti non autorizzati.
In una accattivante infografica l’Autorità ha persino riepilogato i doveri per chi incappa in certe disavventure. Nell’angolo in basso a destra un riquadro – citando il Provvedimento n. 392 del 2 luglio 2015 – dice che “Entro 48 ore dalla conoscenza del fatto, le amministrazioni pubbliche sono tenute a comunicare al Garante (tramite il modello allegato al provvedimento) tutte le violazioni dei dati o gli incidenti informatici che possano avere un impatto significativo sui dati personali contenuti nelle proprie banche dati”.
Il Garante è entità indipendente da qualsivoglia potere ma non può escludersi dal rispetto della normativa e quindi sembrerebbe rientrare nelle Pubbliche Amministrazioni. Per quanto buffo che il Garante scriva al Garante, se vale il principio che nessuno è sopra la legge, non ho dubbi che gli uffici della Autorità abbiano compilato il modello che si trova sul web entro il prescritto termine di due giorni.
Il Garante è sotto attacco
A prescindere dagli sviluppi giudiziari ed amministrativi che la questione potrà avere, è fin troppo chiaro che l’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali è bersaglio di un attacco sproporzionato che lascia esterrefatti.
Se davvero l’aggressione non è solo “verbale” da parte dei mass media, ma esiste una frangia criminale che non esista a porre in essere intrusioni ed altre azioni fisiche, viene spontaneo schierarsi a tutela dei quattro componenti della Authority.
A dispetto di chi ha parlato di Garante Privacy che viola la privacy dei dipendenti, c’è chi invoca protezione per l’Autorità per la Protezione dei Dati Personali. Ogni cittadino dovrebbe aderire alla proposta del giornale online Matrice Digitale che chiede venga data una adeguata scorta a chi vuole ultimare il proprio mandato a tutela dei diritti fondamentali quale la riservatezza delle informazioni che riguardano ciascuno di noi.












