Ottobre 2025. Florida. Miami Beach, Appartamento di lusso, vista mare. Tre uomini guardano con attenzione lo schermo di un portatile. Ridisegnano i confini europei. Cercano di porre fine a una guerra.
Sono Kirill Dmitriev, capo del Sovereign Wealth Fund russo, Jared Kushner, genero del presidente Trump e Steve Witkoff, magnate immobiliare, di fatto l’emissario di Washington a Mosca.
I loro sforzi sono finalizzati alla redazione di un piano per porre fine al conflitto fra Russia e Ucraina, un piano in 28 punti, che sarà oggetto dei colloqui di pace previsti fra la fine di novembre e inizio dicembre.
La domanda più importante cui stanno cercando risposta è: “Come facciamo, come parte di un processo di pace, a fare uscire dall’isolamento i 2 trilioni di dollari dell’economia russa e ridurre, o annullare, le sanzioni?”.
Un approccio molto poco ortodosso, certamente originale e innovativo: gli affari, il fare profitti, non sono più qualcosa che segue a un accordo di pace, ma qualcosa integrato alla negoziazione stessa.
La cosa non deve sorprendere. L’approccio dell’amministrazione Trump ai negoziati tra Russia e Ucraina ha evidenziato il profondo cambiamento della strategia diplomatica degli Stati Uniti, in particolare quando si tratta di relazioni con il Cremlino. Il quadro che si sta componendo è quello di leader aziendali che lavorano al di fuori delle linee tradizionali della diplomazia, per definire accordi commerciali che consolidino il piano di pace.
L’amministrazione Trump tratta il negoziato come fosse un capitolo di “The Art of the Deal”, in italiano “L’arte di fare affari”, pregiato testo redatto, nel 1987, dall’ottimo Donald in collaborazione con il ghostwriter Tony Schwartz. L’idea di fondo è: “Andiamo, risolviamo la guerra e le aziende americane ne traggono vantaggio”. Semplice ed efficace. Gli interessi commerciali come modo per garantire la pace: “Fate soldi, non la guerra”.
I due veri protagonisti di questa storia sono Kirill Dmitriev e Steve Witkoff, fortemente voluto dal Cremlino. Witkoff, amico di lunga data e partner di golf di Trump, non è stata la prima scelta del presidente che aveva originariamente nominato inviato speciale in Ucraina e Russia Keith Kellogg, ex consigliere per la sicurezza nazionale e tenente generale in pensione dell’esercito degli Stati Uniti.
Nomina non gradita ai russi che, nel febbraio 2025, hanno invitato e ospitato Steve Witkoff al Cremlino. Grande successo della visita: Putin chiacchiera con lui per ore e Witkoff torna a casa con Marc Fogel, insegnante americano arrestato nell’agosto del 2021 perché nel suo bagaglio la polizia di frontiera russa aveva trovato della marijuana per uso terapeutico. La liberazione di Fogel è un chiaro messaggio: “lavora con noi e faremo grandi cose”.
Dopo questo evento Witkoff, anche se il suo titolo ufficiale recita “Inviato speciale per il Medio Oriente”, è sempre più coinvolto nei negoziati con la Russia. Oggi, di fatto, è il responsabile dei rapporti con la Russia
La controparte di Witkoff è Kirill Dmitriev, banchiere d’investimento russo con lauree a Harvard e Stanford. Come Witkoff, Dmitriev non fa parte dell’establishment diplomatico e parla la sua stessa lingua: Affari.
Witkoff fissa a Dmitriev un appuntamento a Washington D.C. C’è però un problema. Dal 2022 Dmitriev è sottoposto a sanzione del Dipartimento del Tesoro statunitense per aver guidato il Sovereign Wealth Fund russo, fondo nero a uso e consumo di Vladimir Putin. Quindi è persona non grata. Per entrare in America il Dipartimento del Tesoro deve revocare la sanzione. Il responsabile del dicastero, il segretario Scott Bessent, esprime non poche perplessità, ma il Presidente vuole che la guerra finisca, l’amministrazione obbedisce e Dmitriev, nell’aprile 2025, atterra negli Stati Uniti e presenta “una fantastica gamma di opportunità” per le aziende statunitensi.
Opportunità legate all’enorme ricchezza russa di petrolio, gas naturale e minerali. Risorse critiche per l’economia degli Stati Uniti e per la prossima fase della crescita globale. Dmitriev lo sa e ne parla con Witkoff in un modo che altri funzionari di Putin non hanno fatto. Parla, in modo assai convincente di contratti, di soldi, di profitti da spartire.
I capitani dell’economia, sia negli Stati Uniti che in Russia, molti dei quali hanno rispettivamente legami con Trump e Putin, prendono nota per posizionare al meglio le loro aziende così da ottenere enormi vantaggi se si raggiunge un accordo di pace. Non ci sono prove che Witkoff, o la Casa Bianca, siano informati dei loro sforzi, o che li stiano coordinando.
Di certo, però, la filosofia proposta “Facciamo la pace e voi i soldi” è difficile da digerire agli alleati europei degli Stati Uniti che hanno ripetutamente chiesto un incontro con Witkoff, senza ottenerlo e Witkoff non ha mai trovato il tempo per fermarsi in Ucraina. Il che spinge gli europei a chiedersi se esiste ancora un’alleanza con gli Stati Uniti. Vederli fluttuare tra Europa e Russia, quando storicamente erano il membro fondamentale dell’Alleanza Occidentale che cercava di contenere la Russia, è un evento straordinario.
Witkoff, dietro alle quinte, ha preparato con Dmitriev l’ormai noto piano di pace in 28 punti che, nelle intenzioni, doveva rimanere riservato ed è un piano russo, che soddisfa tutte le richieste di Putin: limitare le dimensioni dell’esercito ucraino, bloccare l’adesione dell’Ucraina alla NATO, cessione alla Russia del territorio ucraino invaso e non ancora invaso.
Disposizioni che gli europei che sostengono Zelens’kyj considerano un premio a Mosca per la sua aggressione all’Ucraina e ne riducono ulteriormente le possibilità di tornare a essere la nazione che era prima dell’attacco della Russia.
Il primo ministro polacco Donald Tusk, dopo avere esaminato il piano, ha sintetizzato il suo pensiero in modo molto efficace dichiarando: ”Sappiamo che non si tratta di pace. Si tratta di affari”.
Comunque, i colloqui di pace ci sono stati. Gli incontri si sono tenuti tra Stati Uniti e Ucraina, Stati Uniti e Russia. Assente l’Europa.
Dopo ore di discussione, Putin ha respinto le modifiche proposte al piano di pace che rappresenterebbero meglio gli interessi dell’Ucraina. Non è stato raggiunto nessun accordo. Il nuovo approccio degli Stati Uniti “Business First” sembra non avere funzionato.
Che poi non è nuovo per niente. Era già stato proposto dal governo tedesco, sotto Angela Merkel; lo si sentiva enunciare dai leader europei: “Commerciamo con la Russia, compriamo il loro gas mentre le aziende europee vendono alla loro classe media i nostri prodotti e Putin ne dovrà tenere conto”.
No, non è andata come pensato, o sperato: Putin ha invaso la Georgia, poi la penisola di Crimea, ha contribuito a scatenare la guerra nell’Ucraina orientale e poi l’ha finalmente invasa nel 2022.
Fare affari con la Russia ha limitato la politica estera europea molto più di quanto abbia limitato la politica estera russa.
Perché dovrebbe andare diversamente per gli Stati Uniti?
La risposta dell’amministrazione Trump è quasi lapalissiana: “Non c’è motivo perché Putin non dovrebbe voler avere un buon rapporto con l’America”.
La domanda però è se Putin dia supporto all’idea del business come vettore di pace perché è un modo convincente per porre fine alla guerra, oppure sia per lui solo un modo per distrarre gli Stati Uniti mentre continua a gettare giovani leve nei campi di battaglia dell’Ucraina per vincere lentamente e inevitabilmente un conflitto che è il suo grande progetto, quello che gli darà un posto nella storia.
Esiste un’altra possibilità, paradossale. Putin, per molto tempo, ha considerato l’America il suo più grande nemico, il paese su cui la Russia definisce la sua politica estera e molti dei suoi obiettivi. Eppure, ora, Putin lo può vedere come un’opportunità unica, generazionale, non solo per riallineare la Russia, ma per distruggere la storica alleanza occidentale separando gli Stati Uniti dall’Europa.
Un paradosso che può trasformare il Mondo.
La storia darà risposta.












