Quarantacinque anni fa, nel 1980, la marcia di protesta silenziosa di quarantamila torinesi pose fine ad un mese di scioperi e portò i sindacati ad accordarsi con la FIAT. Nei giorni scorsi, per la vertenza ILVA, a Genova, sono venuti alle mani, ma tra loro, sindacalisti di confederazioni diverse. La CGIL, intanto, da sola, ha indetto per il 12 dicembre un altro sciopero generale.
Stavolta contro la Legge di Bilancio e non è una novità, perché, dal 1978, quando fu istituita la Legge finanziaria, le grandi confederazioni sindacali, CGIL,CISL,UII, in genere insieme, hanno chiamato i lavoratori a protestare per intere giornate o a orario limitato.
Da anni, però, astensioni dal lavoro vengono proclamate non solo dai sindacati cosiddetti “storici”, ma anche da organizzazioni meno numerose e non sempre a diffusione territoriale nazionale. La partecipazione effettiva – peraltro e indipendentemente dalle inquadrature tv dei comizi conclusivi – è costantemente inferiore al numero dei non aderenti e, soprattutto, degli “altri”.
Durante la discussione dell’art. 40 della Costituzione, che rimanda la regolamentazione del diritto di sciopero alle “leggi”, cioè al parlamento – il quale è piuttosto restio qui, come sul “metodo democratico” dei partiti politici (art. 49) – il deputato Giuseppe Belotti propose che “in ogni caso” l’astensione dal lavoro avrebbe dovuto essere “decisa in base a votazione libera e segreta degli iscritti al sindacato e a maggioranza dei votanti” e che fosse vietato lo “sciopero generale politico”.
I problemi – o, come si dice, le diverse sensibilità – di oggi c’erano anche allora e il Belotti dovette ritirare le sue proposte che, approvate o no, avrebbero potuto indicare quale fosse la volontà dei padri costituenti. Temi, però, troppo scottanti e comunque tali da non consentirne la definizione minuziosa o addirittura prolissa, come su altri aspetti che la Costituzione – recitata in tv come la più bella del mondo – ha disciplinato.
Frutto, forse, del compromesso da cui nacque – disse un altro dei costituenti, Mario Paggi – “un fragile tessuto fatto di non armoniose giustapposizioni: cattoliche da un lato e marxiste dall’altro, con qualche malinconico residuo di un liberalismo”. Paggi era stato allievo di Piero Calamandrei, uno dei maggiori giuristi italiani e protagonista di primo piano nei lavori della Costituente, al quale la nostra magna charta appariva “piuttosto che un documento giuridico, uno strumento politico. Piuttosto che la attestazione di una raggiunta stabilità legale, la promessa di una stabilità sociale appena agli inizi”.
Quando, per l’art.1, l’Assemblea costituente scelse i termini proposti da Fanfani: repubblica “fondata sul lavoro”, rispetto all’emendamento di Amendola: “Repubblica democratica dei lavoratori”, da un lato escluse sia la visione collettivista dello stato che quella individualista-liberale. Dall’altro, secondo molti giuristi, sembrò stabilire la “preminenza dell’attività lavorativa nel sistema dei diritti e dei doveri dei cittadini”.
Di qui, la duplice qualificazione della Repubblica, come democratica e come fondata sul lavoro, postulava e postula l’intervento del parlamento, ancor prima che sul diritto di sciopero, sull’ “ordinamento interno a base democratica” imposto ai sindacati dall’art. 39, co. 3.
Invece, sembra che anche in materia sindacale valga il principio guida che fu del banchiere Enrico Cuccia, l’antico “padrone” di Mediobanca, cassaforte dei grandi padroni di un tempo, per il quale” i voti non si contano ma si pesano”. Così che, sul piatto della bilancia, più che il miglioramento effettivamente conseguibile nelle condizioni dei lavoratori, pesano i ritorni di immagine dello sciopero e l’eco in parlamento con annessa colpevolizzazione dei governi in carica.
Al riguardo, come leggere diversamente, le affermazioni dell’attuale segretario nazionale della CGIL sulla scelta del giorno infrasettimanale, il venerdì, finalizzata ad ottenere il “maggiore impatto comunicativo e mediatico”? E il riferimento, non esclusivamente di calendario, alla provenienza politica del capo del governo oggi in carica, quando, parlando in tv della data, 12 dicembre, dello sciopero di fine anno Landini ha così alluso: “Forse la presidente del consiglio non ce l’ha presente che è l’anniversario della strage di piazza Fontana…”?
Poco sembrano importare, dunque, la qualità degli obiettivi, sempre più generici e all’insegna del “chi più ne ha, ne metta” o la scelta dei temi per i quali protestare quando, ad esempio, si tratta di fatti internazionali come le guerre (banale ma reale: Palestina sì, Ucraina meno, Sudan affatto…).
Dicono che più che sindacali le ragioni di certi scioperi sarebbero politiche – e può starci – ma quando esse diventano manifestamente di parte politica o addirittura servono da pietre di indirizzo per carriere individuali che con i diritti sindacali poco potrebbero avere a che fare?
Nel luglio del 1948, alla guida del sindacato, allora “unitario”, c’era il comunista Giuseppe Di Vittorio, molto amato dai lavoratori, e accadde che uno sciopero generale venne proclamato a sua insaputa. Si trovava infatti in America, quando ci fu l’attentato a Palmiro Togliatti, segretario del PCI, e la reazione popolare rischiava di trasformare quello sciopero in insurrezione con scontri sanguinosi e perfino morti.
Sarebbe stato facile per Di Vittorio mettersi a capo della “rivolta” per poi raccoglierne i frutti.
Non lo fece e lo sciopero generale fu revocato. Sindacalisti e politici, ognuno nel proprio ambito di militanza, salvarono la democrazia in Italia.












