Non ci sono stati morti, ma sull’asfalto di Campo Ascolano a Pomezia ci sono i brandelli del fondamentale diritto a sapere quel che non tutti hanno il coraggio di raccontare.
Verso le dieci di ieri sera due ordigni hanno fatto scoppiare le auto di Sigfrido Ranucci e della figlia, parcheggiate una accanto all’altra dinanzi alla loro casa in quel tratto del litorale romano tra Capocotta e Torvaianica.
Il boato ha svegliato chi in zona già stava riposando, ma si tratta di capire se avrà destato dal torpore chi non ha ancora compreso il clima di terrore in cui sta vivendo la libera informazione e il giornalismo di inchiesta.
L’attentato è toccato in sorte a persona che vive sotto scorta, ma probabilmente questo meccanismo di tutela – complice la insanabile carenza di organico delle Forze dell’Ordine – funziona solo nelle ore d’ufficio un po’ come i turni agli sportelli della Pubblica Amministrazione. D’altronde la mafia uccide solo d’estate e adesso siamo ad ottobre inoltrato, quindi ogni recriminazione è fuori luogo.
Non sono stati petardi che anticipavano di due settimane l’inutile rituale di Halloween, ma un “pacco dono” che può essere stato fulmineamente recapitato nel breve intervallo di tempo tra il rientro a casa degli interessati e l’esplosione. Saranno Carabinieri e Digos ad occuparsene, forse le auspicabili telecamere in zona a dar loro una mano.
Anche se si troveranno i manovali di questo indegno attacco, il clima di intimidazione che da tempo ristagna dalle nostre parti non rassicura affatto.
Proprio otto anni fa, il 16 ottobre 2017, Daphne Caruana Galizia – giornalista famosa per le sue inchieste sulla corruzione e la criminalità finanziaria – è stata uccisa con un ordigno all’interno della automobile di fronte alla sua abitazione di Bidnija, nel nord dell’isola di Malta.
La coincidenza di data, metodo e vicinanza a casa ha solo carattere simbolico. L’insofferenza verso la stampa libera e la costante opera di delegittimazione da parte della politica sono invece presagi funesti.
Il Regio Decreto Legge 1081, pubblicato l’11 luglio 1924, autorizzava la censura dei giornali da parte dei prefetti, fino alla soppressione delle testate scomode…
Oggi non c’è bisogno di disposizioni normative cogenti. La condanna a morte del giornalismo è fatta di dissuasione, propaganda, ricostruzione artificiosa di eventi passati e contemporanei, diseducazione della collettività, deportazione culturale nei gulag dei social network…
Inebetiti dal piccolo schermo dei dispositivi mobili, aspettiamo tutti la prossima notizia, poco conta se vera o importante.
E’ il panta rei digitale, che disorienta quel tanto che basta, che intorpidisce anche il sacrosanto indignarsi che un tempo ci faceva sentire vivi.












