Negli anni ’60, ma di venti secoli fa, un “grosso problema dell’Impero era la Palestina”, regione che, racconta Andrea Frediani, era già ”un vero e proprio focolaio, tanto più se si considera la rivalità tra le varie sette religiose”.
A cercare la normalizzazione in quelle terre, non uno ma due personaggi che diventeranno imperatori: Vespasiano prima e il figlio Tito dopo. Affari di famiglia anche allora, si potrebbe dire. Quasi come oggi, visto l’attivarsi dell’imperatore del momento che risponde al nome di Donald Trump e di suo genero, Jared Kushner.
I due romani, nella seconda metà degli anni sessanta d. C., massacrano senza pietà la popolazione: 40mila morti, 1.200 donne e bambini in schiavitù, distruzione delle scorte di grano per stravincere con l’arma della carestia.
I ribelli locali hanno il quartier generale in una rete di sotterranei che – narra lo storico ebreo Flavio Giuseppe – sono stati fatti costruire dai capi Giovanni di Levi e Simone, due Zeloti, la fazione più estremista del movimento. Una specie di Hamas del tempo, anch’essa, oggi, fiduciosa nel potere salvifico delle gallerie.
Anche allora fatale è la fame che gli imperiali provocano, inducendo gli abitanti ad abbandonare il territorio e facendo così perdere ai resistenti, di giorno in giorno, molti di quelli che li avevano eletti a difensori dal prepotere imperiale.
Ne approfitta Tito che blocca pure gli accessi, impedendo l’ingresso della pur minima focaccia e costringendo gli abitanti a doversi “cibare dello sterco che trovano nelle fogne”, mentre il numero dei morti sale al punto che si rinuncia a seppellirli. Una strage che comprende migliaia di civili, vecchi, donne, bambini.
I “terroristi” ribelli, contano sulle gallerie sotterranee per fuggire e “per non lasciare nulla ai romani distruggono quanto più possibile”.
Alla fine, gli imperiali hanno la meglio. Tito pretende la resa e si porterà nell’Urbe settecento degli abitanti rimasti, per farli sfilare nel corteo del suo “trionfo”.
Trionfo, come sarà quasi duemila anni dopo, nella “convention” di Sharm el-Sheich. Anche nel 71 d.C., infatti, si tiene, ai piedi del Campidoglio, una spettacolare cerimonia commemorativa, con Tito, il padre Vespasiano, il fratello Domiziano. Tutti predestinati e acclamati “per aver riportato una vittoria gloriosissima su coloro che avevano offeso padre e figlio”, scriverà Paolo Orosio, lo storico cristiano che fu maestro di Agostino, il fondatore dell’Ordine da cui proviene l’attuale pontefice Leone XIV.
Gerusalemme è ridotta in macerie, ma i terroristi ribelli non sono annientati. Anzi, resistono asserragliati in fortezze, una delle quali sulle alture del Mar Morto, Masada che aveva fatto costruire Erode il Grande.
Anche lì gallerie sotterranee di collegamento con la torre alla sommità del luogo per tenere sotto tiro i nemici.
In 970 gli Zeloti continuano la resistenza e si difendono quando tornano all’attacco i Romani ch,e in quindicimila, li assediano costringendoli, infine, al suicidio collettivo.
I soldati del procuratore Flavio Silla di fronte a quel macabro spettacolo, scrive Frediani, capiscono che i popoli di quelle parti “non si piegheranno mai davvero al dominio” di altri.
Ci penserà la storia a confermarlo e i contemporanei, di volta in volta, a reagire in vario modo. Anche sfilando in corteo. In questo anno di grazia, però, in favore dei vinti.












