Un Paese disperato si aggrappa a tutto. La speranza che la buona sorte possa regalarci un domani diverso e migliore induce – disgraziati e non – a ritenere il gioco d’azzardo la panacea per i propri malesseri finanziari e ad inoltrarsi nella pericolosa savana in cui le tentazioni assumono le più diverse forme.
L’universo delle scommesse, girone infernale di rara drammaticità, porta soldi alle casse di uno Stato eticamente discutibile, che fa delle carenze olfattive – quelle del “pecunia non olet” – uno dei suoi punti di forza. Poco importa se i magri introiti comportano spese insostenibili per la collettività devastata dalla ludopatia e dagli strozzini.
Nel tempo gli eufemismi hanno saputo dare a quel gorgo putrido una dignità che non merita. Ci si è sperticati a parlare di “gioco legale” o “scommesse sportive”, sperando di nobilitare uno scenario fatto di usura, di famiglie rovinate, di prorompenti interessi del crimine organizzato, di marciume sociale.
Persino lo sport – con la sua sacralità millenaria – è stato corrotto irrimediabilmente dal denaro che ruota attorno a pronostici e puntate, capaci di alterare il destino di chi si misura in determinate competizioni e si lascia lusingare da soldi facili per tradire le aspettative proprie e dei tifosi.
Nonostante gli scandali che hanno polverizzato l’attendibilità di qualsivoglia risultato in qualunque disciplina, le scommesse restano un punto cardinale insostituibile nella bussola di chi è al timone dell’Italia.
E’ così che, nella designazione del Commissario Tecnico della Nazionale di calcio, è saltata fuori la candidatura di un noto campione i cui ultimi successi sono stati conseguiti come testimonial di una realtà imprenditoriale russa che è leader delle scommesse in campionati e coppe proprio di football.
Immagino che l’ingaggio del goleador sia stato talmente entusiasmante da dare – nella scala dei valori dell’interessato – una indiscutibile precedenza all’iniziativa commerciale rispetto il sano spirito di competizione indipendente da qualsiasi interesse.
Nel momento in cui doveva essere scelta la guida degli “azzurri” probabilmente sarebbe stato opportuno che certe considerazioni precedessero l’indicazione del “papabile” e non costringere a penosi dietrofront.
Non importa chi sia stato nominato. La scelta in questione è stata una opportunità di riflessione.
Ci accontentiamo di osservare – per chi non lo avesse notato prima – che un grande protagonista del calcio abbia prestato il volto, la sua voce, la propria credibilità, per reclamizzare la cosa meno sportiva che c’è sul pianeta.
Abbiamo conosciuto la cocente delusione per le partite truccate, abbiamo pensato a chi magari non ha esitato a puntare chissà quanto sulla propria inaspettata sconfitta, abbiamo cominciato a perdere la fiducia in quelli che erano i nostri personaggi di riferimento.
Chi non segue il calcio, e non si è nemmeno accorto che è appena finito il Mondiale, scopre che uno dei più grandi visti in campo negli ultimi anni è “global ambassador” di una azienda che si sospetta sia controllata dall’oligarca russo Sergey Lomakin. Poi legge che lo stanno per incaricare CT della Nazionale…
La paura è durata poco, ma quel tanto che basta per riconoscere l’indissolubile rapporto tra chi corre dietro un pallone e chi sa monetizzare in barba a trombe e striscioni della tifoseria.
I timori sono fortunatamente svaniti ma fanno capire che certe commistioni sono considerate normali e non scandalizzano nessuno, almeno fino a quando qualcuno si permette di far notare la tragicità di determinate spaventose incongruenze.
Speriamo che la vicenda scuota l’opinione pubblica, anche quella disinteressata e lontana da gioco d’azzardo, slot e gratta e vinci.
La scommessa da fare è quella per un futuro migliore, non inquinato dagli interessi economici e finanziari che spremono i poveretti a vantaggio di chi specula sulla disperazione.
Se deve esserci un “azzardo” sia quello di fare qualcosa per disinfestare da falsi miti e da trappole che non perdonano.












