Talvolta si crede che la guerra delle informazioni nelle sue sfaccettature – offensive, difensive, intelligence – sia riconducibile al mondo contemporaneo, le cui estensioni sono particolarmente ampie.
Le informazioni e le comunicazioni, sin dall’antichità, sono state parte essenziali delle capacità e della potenza sia degli stati, sia di tutti. La conoscenza dell’avversario, di sé stessi e delle reciproche vulnerabilità ha sempre rappresentato un moltiplicatore di potenza.
Tutti i grandi strateghi e gli statisti del passato hanno attribuito all’intelligence, alla sorpresa, all’inganno, alla disinformazione e quant’altro legato a questo mondo, un valore imprescindibile in quanto sono fonti di un considerevole vantaggio competitivo.
La visione strategica occidentale è stata influenzata dalla Grecia classica: l’oplita della falange greca era un cittadino che doveva essere restituito alle sue attività economiche quanto prima, pertanto le guerre dovevano essere brevi e la ricerca della battaglia decisiva era essenziale.
Solo eccezionalmente si combattevano guerre prolungate, a differenza di quanto avveniva in Cina, dotata di eserciti professionali. Le guerre potevano durare a lungo; la vittoria si poteva ottenere senza sanguinose battaglie.
Recentemente, si è valorizzato l’approccio, sul modello cinese, seguito dai Mongoli di Gengis Khan (1162-1227), fondatore del più grande impero mai esistito al mondo: si estendeva dalla Cina all’India, all’Europa Orientale e al Medio Oriente.
Le forze mongole, ridotte quantitativamente, conquistarono e mantennero per oltre un secolo e mezzo il controllo di territori molto vasti, di popolazioni ed eserciti numerosi.
Cenni sulla vita e sulle imprese di Gengis Khan.
Il comportamento di Gengis Khan fu profondamente influenzato dalle sue dure esperienze giovanili. Il padre – capo di una tribù nomade – fu avvelenato; Gengis fu abbandonato con la madre nella steppa. Riuscì a sopravvivere grazie alla sua scaltrezza e alla sua forza. Carisma e capacità di leadership gli consentirono di riprendere il controllo prima della sua tribù e, poi, del resto del popolo mongolo, portandolo all’unità.
Promosse la meritocrazia e la lealtà dei sudditi; emanò un codice – lo Yasa – nel quale fissò le regole del “buon governo”. Godeva di un notevole prestigio; incentrò la sua potenza sull’intelligence, sulla mobilità, sulla rete informativa e di comunicazione, nonché su un’influenza psicologica ineguagliata. Fu tollerante – sotto il profilo culturale, religioso e del diritto civile – con i suoi sudditi e con chi accettava il suo dominio.
Grande conquistatore, si avvalse del terrore come arma per convincere i nemici ad arrendersi o per demoralizzarli, ingigantendo la percezione della propria potenza. Garantì, con spietatezza, il controllo delle popolazioni conquistate o assoggettate; uccideva sistematicamente le élite che avrebbero potuto capeggiare rivolte. La logistica delle sue forze era basata sullo sfruttamento delle risorse locali, presupponendo una conoscenza approfondita della geografia fisica, economica e umana. A tal fine costituì un corpo di geografi con il compito di redigere mappe accurate, in particolare delle acque e delle praterie, fondamentali per nutrire la cavalleria. Reclutò spie e utilizzò anche il Servizio della Repubblica di Venezia.
Dopo la conquista della Cina settentrionale, ottenuta con un attacco a sorpresa alla Grande Muraglia, nel 1206 mutò il nome da Temujin a Gengis Khan (Khan significa “capo”) e spostò la sua capitale a Karacorum. L’immenso impero fu diviso fra i suoi quattro figli: prima ingrandito, cadde poi per lotte intestine. Tra i successori si ricorda il nipote, Kublai Khan (1215-1294), imperatore della Cina, che spostò la capitale da Karacorum a Pechino. L’Impero mongolo modellò il mondo moderno, unificò Russia e Cina, condizionò le civiltà persiana, indiana e dell’Asia Centrale. Il regime indiano dei Mogol influenzò la cultura e la società di tutta l’Asia Meridionale.










