Ricorrenze: avrebbe avuto 95 anni oggi. Invece morì a meno di ottanta, Leonilde (detta Nilde) Jotti, laureata alla Cattolica di Milano, compagna di militanza dei comunisti e di vita del “Migliore” di loro, Palmiro Togliatti.
All’uscita dallo studio foderato di celeste in cui da presidente della camera, ci aveva ricevuti, non potemmo fare a meno di commentarne l’elegante e la quasi regale bellezza, per la compostezza del ruolo. Era stata antifascista e partigiana, da sempre comunista ma aveva studiato all’Università Cattolica. Diceva, però, di aver iniziato a fare politica “davvero” solo dopo la morte di Togliatti del quale si era innamorata a 25 anni.Appena conosciuto e sempre amato nonostante l’ostilità dei compagni di partito, moralisti quanto e più dei cattolici (il Migliore era già sposato con la deputata ’old style’ Rita Montagnana).
Scendendo le scale di Montecitorio, avvertimmo plasticamente quanta parte della storia italiana e mondiale quella signora aveva visto coi suoi occhi che penetravano all’istante negli interrogativi di chi le parlava. Compreso il “Memoriale” scritto dal suo uomo a Yalta, dove morì, per aprire al Pci una via italiana al comunismo.
Nilde Iotti era stata una delle 21 donne che scrissero la Costituzione italiana. Era bella in un’epoca in cui sembrava che per far politica le donne dovessero smettere di essere donne. Lo spiegò lei stessa in un’intervista ad Alain Elkann “Quando avevo ventitré anni l’immagine della donna in politica era quella di una…malvestita e con i capelli corti”.
Secondo Marco da Milano, ad esempio, la classica democristiana era in genere di “Taglia forte, con tacchi bassi, la gonna sotto il ginocchio e, ovviamente, signorina. Cioè…sposata con il partito”.
La senatrice Sandra Codazzi si definiva, insieme alle colleghe, “Formica, non farfalla”. Farfalle, infatti, erano gli uomini e solo a loro era consentito volteggiare intorno al potere.
Per molti anni il massimo ruolo governativo cui le “formiche” potevano essere addette era qualche sottosegretariato in settori che la vulgata considerava più confacenti alle donne, le quali in parlamento arrivavano spesso dalle cattedre delle scuole.
Come Maria Badaloni, la zia di Piero giornalista televisivo e presidente della regione Lazio.
La prima donna ministro arrivò col governo Andreotti nel 1976, la prima della età repubblicana ma anche del Regno: Tina Anselmi, già staffetta partigiana bianca, veneta ben piantata e nubile aprì la strada alle quote rosa ma solo dopo 116 anni dall’unità d’Italia. Rispondeva fisicamente al cliché della donna morigerata, solida, senza trucco e senza grilli in testa o nel cuore.
Eppure, gli italiani, ne scorgevano buone grazie femminili se, in un sondaggio di “Sorrisi e canzoni”, la dura Tina – che non ebbe timore a scoperchiare il vaso della P2 – si piazzò ventesima, prima di Claudia Cardinale tra le donne che i maschietti, con la fantasia, sognavano di spogliare.
Un altro ministro che ha lasciato il segno nella storia della prima repubblica fu Franca Falcucci, pugno duro all’Istruzione quando la protesta studentesca cantava “E’ alta un metro e mezzo, leviamola di mezzo”.
In tailleur d’ordinanza, la ricordo sul sagrato della Basilica di San Pietro nell’agosto del ’78, in piedi su una sedia per meglio vedere la bara di Paolo VI il giorno dei funerali.
C’era con lei Rosetta Russo Jervolino anche lei, poi, ministro, addirittura dell’Interno: figlia d’arte, padre ministro e madre sottosegretario.
Di famiglie “parlamentari” ce n’erano. Come quella della vice presidente Pci della camera Marisa Cinciari, eletta a Civitavecchia, moglie dell’onorevole Franco Rodano (uno degli ispiratori e capi dei cattolici comunisti scomunicati “ad personam” da Pio XII), madre di Giulia, che sarà assessore regionale del Lazio alla Cultura.
Nella Dc, ancora, Angela Guidi, moglie del senatore Mario Cingolani, la quale fu la prima donna a prendere la parola nel parlamento repubblicano.
Non era invece donna ma un tosto deputato comunista veneto l’onorevole Verenin Grazia, che i guardaportone di Montecitorio, confusi dal nome e cognome, non volevano far entrare alla prima seduta dell’Assemblea Costituente. Un equivoco sul nome e cognome, chiarito al posto di polizia, ma motivo di delusione delle deputate costituenti le quali, già così poche (21), speravano nell’aggiunta di un ulteriore membro al femminile.
Un’altra veneta, stavolta sicuramente donna, Angelina Merlin, a tutti fa venire in mente la chiusura da lei voluta delle “case chiuse”, cioè la fine della prostituzione amministrata con la burocrazia. Pochi ne ricordano invece le battaglie per eliminare dai titoli di piazze, scuole e libri didattici i riferimenti all’appena cessato fascismo. O quando, in piena guerra parlamentare sulla legge elettorale denominata “truffa,” nel giorno della festa della donna si presentò in aula con un fascio di mimose da distribuire a tutti i colleghi. Per calmarli, almeno un po’.
Così erano le “prime” donne della prima repubblica. Sempre brave e qualche volta belle, fino a quando verso la fine degli anni ’70, col peso della Tv nel marketing elettorale, perfino la Dc cominciò ad osare portando in parlamento l’onorevole Silvia Costa, bella, alta, fisico da pin up e nel curriculum anche le sfilate di moda seppure per l’associazione delle modelle cattoliche Turris Eburnea.
O Roberta Giusti, presentatrice televisiva candidata alla Camera nel 1976 che, nel tour elettorale tra i paesi del suo collegio laziale, al solo annuncio della sua presenza si riempivano le piazze.
Poi si è visto tanto e tanto diverso, compresa l’elezione della signora Ilona Staller.
Il resto è cronaca. O… foto-video cronaca.












