A Camere chiuse, tre tormentoni quest’estate. Remake, peraltro, di sceneggiate già patite.
Il Generale ora deputato europeo fa il suo proclama e lo predica anche a Cernobbio. Un’occasione di cui, nel 1946, non poté valersi un altro outsider della politica, Guglielmo Giannini. Ambedue, comunque, preceduti da produzione letteraria. La rivista Uomo Qualunque di Giannini ed Il mondo al contrario di Vannacci.
Giannini, “ballò” una legislatura sola, perché dopo l’exploit di 30 deputati alla Costituente, nelle elezioni del 1953 dovette chiedere ospitalità nelle liste della DC, dove si piazzò dodicesimo. Dei non eletti. Per Umberto Bossi – pure lui temerario esploratore dei meandri politici e non proprio costituzionale con la promessa “secessione della Padania” nella Repubblica “una e indivisibile” (art. 5 Cost.) – un movimento, invece, tuttora al governo.
Osservò Indro Montanelli: “Se fossimo appassionati di dietrologia, penseremmo che Bossi (idem Vannacci) ha stretto un accordo segreto coi partiti tradizionali per fare da bersaglio ai loro attacchi, previa fornitura delle migliori armi per respingerli”.
Sulla rete TRE della Rai, Ranucci avrà pure – al momento – perso la conduzione di Report, ma ha trovato un amico. E di quelli che contano. Il Lavitola, già sodale addirittura di un presidente del consiglio e, quindi, in grado di indicare come arrivare a palazzo Chigi. Cominciando, magari, con lo status symbol di una scorta rafforzata. Una bomba dimostrativa e, poi, intercettazioni rivelate a puntate e veline al momento giusto Una regia dietro a tutto? Di chi?
Dario Fo non era giornalista d’inchiesta, ma una sera a Canzonissima volle richiamare il pubblico, la gente, sulla situazione degli edili e le morti sul lavoro. Decise perciò di sostituire lo sketch rituale con un altro grondante sarcasmo e denuncia. I dirigenti RAI seppero prima ed agirono subito, assumendosi apertamente la responsabilità della censura. Per evitare di mettere “le parti sociali una contro l’altra”, dissero. Giusto, sbagliato? Certo, decisione netta e preventiva della governance aziendale, senza rinviare a scambi di figurine tra giornalisti e dirigenti
Primarie si, primarie no. Il tuo, il mio leader o un papa straniero.
1994: la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto. Fiducia in cabina di guida e sfiducia a rimorchio. Luigi Pintor, con l’allure di sinistra pura de Il Manifesto, chiama gli alleabili di Alleanza Democratica: “quattro gatti, mosche cocchiere, cavallucci di Troia, piccoli gattopardi”.
La Rete di Leoluca Orlando, il plurisindaco di Palermo della scuola di padre Pintacuda, gesuita: ”Non voglio né Del Turco (PSI), né La Malfa (PRI)”. Razzismo elettorale. Risse. Occhetto il 17 gennaio, sul Corriere: “La Sinistra coniuga efficienza, responsabilità, sviluppo sostenibile e bisogni sociali”. La macchina gioiosa nasce a febbraio. Vincerà Berlusconi.
1996: la rivincita. Inaspettato, Romano Prodi si candida a piantare l’ulivo “perché c’è cattiveria e tensione e vedo la necessità di rappresentare buoni sentimenti”. Walter Veltroni chiosa subito: “Vorrei che quella di Prodi sia l’ultima leadership nata così. La prossima volta bisognerà consultare gli elettori”, Ma il prof è già in viaggio per l’Italia col suo pullman, incurante dei mugugni dei capi ed arriva primo al traguardo ma per il suo antico mentore Ciriaco De Mita: “era meglio la vite che ha tanta vitalità, mentre l’ulivo…”. Non festeggiò neanche tre anni di governo, battuto per un voto il 5 ottobre 1998.
Tornò a Palazzo Chigi nel 2006 . Per meno di un biennio.
Giampaolo Pansa scriverà di un “virus orrendo: vocazione al suicidio”. Sembra oggi.
Oddio l’estate!












