Permettetemi di presentarvi Brian Francis Burch. Cognome quasi uguale a quello dell‘iconico maggiordomo della famiglia Addams, Lurch. Caratteristica in comune l’essere leggermente inquietante. Tredicesimo Ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, passerà alla storia come il primo diplomatico americano a servire sotto un papa americano, Papa Leone XIV, anch’egli nato a Chicago.
Diplomatico per modo di dire. Negli Sati Uniti il 70 per cento degli ambasciatori sono diplomatici di carriera, membri del Foreign Service. Il restante 30 per cento sono Political Appointees, ovvero nomine politiche.
Si tratta di una prassi prevista e regolata dalla Costituzione degli Stati Uniti (articolo II, sezione 2) e si basa:
sul sistema dello “Spoils System”, per cui il Presidente può assegnare incarichi di alto livello a figure di sua stretta fiducia;
sul ricompensare i finanziatori delle campagne elettorali presidenziali che, spesso, vengono nominati responsabili di ambasciate di prestigio, mentre le sedi più complesse, o a rischio, vengono affidate ai diplomatici di carriera;
sulla rappresentanza diretta perché si ritiene che un ambasciatore “politico” possa rappresentare la visione e l’indirizzo del Presidente in modo più incisivo rispetto a un funzionario di carriera.
Burch è salito all’onore delle cronache per essere stato il volto di CatholicVote, di cui è stato co-fondatore nel 2008 e presidente fino a giugno 2025. CatholicVote è un’organizzazione cattolica ultra-conservatrice statunitense, no-profit, che ha sostenuto pubblicamente Donald Trump nelle elezioni presidenziali del 2020 e del 2024.
“Donald Trump per noi cattolici è la scelta migliore – forse la nostra unica scelta”, proclamò Burch nel suo libro “Un nuovo momento cattolico: Donald Trump e le politiche del bene comune”, pubblicato, con attento tempismo, nel settembre 2020.
Burch non ha mai nascosto la sua posizione critica nei confronti di alcune delle decisioni di Papa Francesco, che ha accusato, nel 2015, di creare “ambiguità dottrinale”. Si riferiva, con non celata e inopportuna ironia, alle parole di Bergoglio, da lui proferite nel suo dialogo con i giornalisti sul volo che lo riportava in Italia dalle Filippine, durante il quale, rispondendo a una domanda, aveva detto che non è necessario “per essere buoni cattolici essere come conigli” e che occorre sempre avere una paternità responsabile. Forse si è sentito punto nel vivo visto che lui di figli ne ha nove. Nota a margine: Leone XIV ha confermato, secondo la dottrina della chiesa cattolica, il divieto assoluto della contraccezione artificiale.
Nel 2024 Burch ha poi pesantemente criticato la decisione di Papa Francesco di consentire benedizioni per le coppie dello stesso sesso, affermando fosse una “fonte di confusione”. Probabilmente a essere confuso era lui perché non aveva ascoltato quanto il Santo Padre disse nell’intervista concessa a Norah O’Donnell, direttrice del CBS Evening News. Offrendo un chiarimento sulla questione delle benedizioni alle unioni omosessuali, di cui parla il documento dottrinale Fiducia Supplicans, affermò: “La benedizione è per tutti: si può benedire ogni persona”. Chiarendo poi: “Quello che ho permesso non è stato di benedire l’unione. Questo va contro ‘la legge della Chiesa’”.
Naturalmente Burch ha avuto anche da dire, opponendosi ferocemente, alla rimozione del vescovo della diocesi di Tyler, Texas, Joseph Strickland, un ultra-conservatore molto loquace e assai critico nei confronti di Papa Francesco.
Insomma, quella di mettersi in cattedra per criticare il Santo Padre pare sia abitudine consolidata in quei degli Stati Uniti.
Essendo stata quella di Burch una nomina politica, non deve stupire la sua totale mancanza di diplomazia. Il motivo di fondo dietro alla sua nomina è la volontà da parte degli Stati Uniti di invertire i flussi diplomatici con la Santa Sede. La diplomazia classica richiede che l’ambasciatore spieghi la visione del Papa al proprio governo. Burch ha invertito questo approccio, agendo a Roma come difensore e portavoce intransigente degli interessi della Casa Bianca, senza avere perso il vizio di volere interpretare e criticare pensieri e azioni della Santa Sede.
Il che spiega il piccolo recente “incidente”.
Nel corso di un’intervista a fine giugno Burch, parlando della guerra USA-Iran, ha dichiarato: “Il Vaticano non ha detto, né dirà, se questa sia, o meno, una guerra giusta, o ingiusta”. Eppure, un paio di settimane prima, Leone XIV aveva affermato: “Credo che questo sia già stato reso molto chiaro: in Iran, i criteri per una guerra giusta non sono presenti”.
Poco importa cosa dica il Santo Padre. Burch ha convinzioni e certezze granitiche. “Non ho mai pensato per un secondo che in qualche modo non potessi rappresentare correttamente il presidente”, ha detto Burch, aggiungendo che crede che il Presidente e il Papa condividano obiettivi che “sono molto allineati”. D’altronde, ha affermato, “le politiche e la leadership del presidente Trump stanno consentendo alla Chiesa cattolica di crescere e prosperare”.
Vale la pena riportare altre manifestazioni del Burch-pensiero.
Ineffabile la dichiarazione: “Ritenere che in qualche modo il presidente cerchi la guerra è un’interpretazione errata. L’ultima cosa che il presidente vuole fare è andare in guerra”. Le ultime parole famose…
Difficile da condividere il suo convincimento che il Papa e il presidente non siano stati in disaccordo “su ciò che doveva essere fatto” in Iran: “I disaccordi che abbiamo spesso non sono sui fini, ma sui mezzi”.
Secondo lui gli “sfoghi” di Trump sui social media mostrano come il presidente “negozia” per “assicurare il sostegno della Santa Sede intorno ai suoi sforzi per proteggere il mondo dalla catastrofe nucleare”.
“Anche se il Papa ha dichiarato la guerra ingiusta, non lo intendeva” ha detto, chiarendo poi che “Il Pontefice non può definire la guerra ‘ingiusta’ perché possiede solo un insieme limitato di fatti rispetto a chi gestisce l’intelligence militare”. E ancora: “Il Papa attacca gli Stati Uniti in modo sproporzionato rispetto alle violazioni dei diritti umani commesse da altre nazioni, come la Cina”.
La perla finale, innesco dell’incidente di cui sopra, è stata dire: “Quando il papa agisce come leader sovrano della Santa Sede, è coeguale ai leader mondiali”.
Vero che la pazienza è una virtù, la virtù dei forti. Vero che è l’arte di sapere attendere quindi non è mai debolezza, o rassegnazione, ma la capacità di mantenere il controllo, sopportare le avversità e dominare l’impulsività. Come tutte le cose ha comunque un limite che Burch ha ignorato.
Il 15 luglio 2026, su Vatican News, Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, pubblica un articolo di fondo dal titolo “La parola del papa è sempre quella del pastore”.
Una vera e propria lezione a uso e consumo di Burch, anche se non viene, ovviamente, nominato. Viste le difficoltà da lui dimostrate nel capire le cose vaticane, opportuno fornire a S.E. l’Ambasciatore Burch un breve riassunto.
L’editoriale si sviluppa intorno tre punti salienti. Il primo riguarda la natura del magistero ribadendo che quando il Papa affronta temi di attualità come la pace, la guerra, o l’accoglienza, non agisce come un leader politico, ma come il Successore di Pietro.
Il secondo tratta della sovranità dello stato: il Papa è sovrano dello Stato della Città del Vaticano, in virtù dei Patti Lateranensi, ma ciò non modifica la natura essenzialmente pastorale dei suoi appelli. “Qualsiasi glorificazione, o esagerazione del ruolo del Papa come capo di stato, qualsiasi enfasi sull’importanza di questo ruolo, è … fuorviante perché va a scapito della sua unica vera missione di Pastore universale”, ha scritto Tornielli.
Infine viene ribadito il rifiuto della logica politica. L’azione e la voce del Papa sono guidate dal Vangelo e dalla difesa della dignità umana, rifiutando ogni logica di schieramento politico internazionale. “Il successore di Pietro non sta parlando come capo di stato”, ha scritto Tornielli. “Sta semplicemente proclamando il Vangelo.”
Tre punti che generano un bel grattacapo per i cattolici, più o meno conservatori, dell’amministrazione Trump, come Burch e come il vicepresidente J.D. Vance, che devono trovare una quadra fra le critiche del Santo Padre, il rapporto con la loro base e la loro lealtà all’iracondo e imprevedibile presidente Donald Trump.
Trattasi del classico e irrisolvibile problema dei tre corpi.
Auguri.
Non vorrei essere nei loro panni.












