“Poiché mi annoiavo, e quando mi annoiavo non dipingevo, cominciai a odiare con tutta l’anima la villa di mia madre e gli agi di cui ci godevo; attribuivo alla villa la mia noia e la conseguente impossibilità di dipingere e anelavo ad andarmene.” Scrive cosi Alberto Pincherle Moravia (Roma 1907-1990) nel suo romanzo La noia (1960) in cui racconta di Dino, pittore borghese sfaccendato, sopraffatto dalla noia che velava il mondo intorno a lui.
In relazione ai luoghi in cui è ambientato il romanzo e, in particolare, la grande villa ove Dino abita con la madre, non è dato escludere che Moravia sia stato ispirato da Villa Volpi, dove, ospite del Conte di Misurata, trascorreva lunghi periodi immerso in un contesto talmente bello da indurre – accanto a intensa meraviglia – prima angoscia, poi noia.
Villa Volpi, situata tra le dune del Parco Nazionale del Circeo e il mare di Sabaudia, fu disegnata nel 1952 dall’architetto Tomaso Buzzi su incarico della contessa Nathalie Volpi di Misurata, moglie del Conte Giuseppe Volpi, fondatore del Festival del cinema di Venezia. Buzzi s’ispirò ad Andrea Palladio (Padova 1508 – Maser 1580) nel progettare il monumentale colonnato che, come un tempio classico, avvolge i due livelli del corpo centrale da cui partono le ali laterali che rendono ancora più maestosa la scalinata che dalla duna scende verso il mare.
È possibile immaginare che Moravia scrisse qualche pagina del romanzo La noia a Villa Volpi, col panorama che si allarga da Torre Paola alle isole Pontine, sotto lo sguardo di Circe che domina il promontorio. I tempi corrispondono: l’autore de La ciociara termina di scrivere la storia di Dino un anno dopo il completamento di Villa Volpi, avvenuto il 19 novembre 1959, come dall’iscrizione presente sull’architrave della facciata che recita: “IN MEMORIA DI GIVSEPPE VOLPI CONTE DI MISVRATA CVLTORE DELLE BELLE ARTI – XIX XI MCMLIXAD”.

La noia si pone al centro della trilogia che va dal romanzo d’esordio Gli indifferenti (1929) a La vita interiore (1978). Nonostante i cinquant’anni che separano il primo dall’ultimo libro, il tema cardine è il medesimo: la decadenza del mondo borghese, sullo sfondo dei drammi sociali succedutisi dal fascismo alle rivolte degli anni ’70. Nei tre romanzi, Moravia denuncia la miseria morale, l’ipocrisia, i falsi valori del piacere fisico e della sessualità meccanica, che rendono i protagonisti privi di affetti e indifferenti alla realtà. I personaggi di Moravia vivono le loro vite artificiali come freddi manichini ma, nel contempo, come personaggi reali, sottomessi al sesso e al denaro. Il romanzo La noia segna, nella letteratura del Novecento, l’inizio della corrente neo-realista: una “letteratura del vuoto” come la definì Benedetto Croce. Quel vuoto che Dino, il protagonista del romanzo, si porta dentro: in conflitto con la madre e con la sua ricchezza, si trascina tra fallimenti, delusioni e nevrosi tipiche del ragazzo borghese ricco, che provocano in lui quell’angoscia, nel romanzo, chiamata noia.

Per sfuggire alla noia, Dino, dapprima, si rifugia nella pittura, poi, abbandonata anche questa, preferisce affondare nell’eros: un eros folle, meccanico, ossessivo, con Cecilia, una giovane modella, finché anche lei non gli viene a noia. Cecilia gli viene a noia proprio come a Ulisse è venuta a noia Circe, dopo aver goduto delle sue grazie, eluso i suoi tranelli e annullato gli effetti delle pozioni con cui la Maga intendeva fargli dimenticare il suo regno, sua moglie e i suoi sogni. Forse è questo il senso che Moravia ha inteso dare a Dino: un uomo, come Ulisse, tormentato dalla continua ricerca di sé, fino alla follia.











