Cosa penserebbe Lidia Poet, prima donna italiana iscritta all’albo degli avvocati, se assistesse ad un processo penale odierno?
Forse, prima di tutto, si stupirebbe del rumore. Un brusio continuo fatto di notifiche, commenti, giudizi. Ai suoi tempi la giustizia profumava di carta e cera lacca, un rito lento, solenne fatto di silenzi e attese. Oggi, vedrebbe i monitor dei corridoi trasmettere i volti degli imputati, già recensiti nei salotti televisivi della sera prima. Lidia, la giurista che credeva nella sacralità della prova, sarebbe testimone di come la presunzione di innocenza non sia più un pilastro intoccabile, ma un velo sottile che si lacera al primo clic.
Irritata si siederebbe in aula, in silenzio, aspettandosi un processo simile ad un duello di parole sotto gli occhi del giudice. Ma qualcosa non torna. Il cuore del potere non è più lì. Lidia cercherebbe il silenzio dei codici, e troverebbe invece il riflesso bluastro di uno schermo. Per lei che ha lottato per il peso di una parola pronunciata in aula, lo sciame di tweet che anticipa una sentenza sembrerebbe un’invasione barbarica della logica.
Ma la vera vertigine arriverebbe inquadrando come giudichiamo le persone. Lei è stata la vittima eccellente di un diritto che la condannava per chi era (una donna) e non per cosa sapeva fare (l’avvocata). Noterebbe con amarezza che la nostra società giudica sempre meno il reato (cos’è successo?), sentenziando piuttosto l’imputato prima ancora del verdetto finale.
Guardando, oggi, forse riconoscerebbe qualcosa di familiare. Vedrebbe come l’opinione pubblica scrutando i media, affibbia con troppa disinvoltura etichette indelebili. Come nell’era digitale la reputazione, a volte, finisce per essere una nuova gabbia.
Quando Lidia tentò di entrare nella professione forense, la sua esclusione fu giustificata semplicemente con un pregiudizio. La sua sola presenza ledeva la dignità della professione. Oggi tirerebbe un sospiro di sollievo vedendo altre donne esercitare. Ma capirebbe come l’avvocato penalista, ruolo che lei ha amato sopra ogni cosa, sia percepito dalla gente come un personaggio ambiguo. E si rammaricherebbe nel realizzare che abbiamo trasformato il processo in racconto e il giudizio in intrattenimento. Che difendere un imputato è ormai visto come un atto di complicità col male, e non come tutela di un diritto universale.
Uscendo dal tribunale la dottoressa Poet si sistemerebbe i guanti con calma e guarderebbe quella folla con gli smartphone alzati. Forse con la sua sottile ironia direbbe che la giustizia moderna assomiglia troppo a un teatro dove il pubblico vuole solo vedere il colpevole alla gogna, dimenticando che la forma del processo è una delle poche cose che mantiene la civiltà.
Il suo sguardo ci interroga. Abbiamo abbattuto i muri del pregiudizio per Lidia Poet, solo per costruire un tribunale permanente nelle nostre tasche?
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