“Senza petrolio, la vita è un’altra cosa”, titolava Umberto Eco su l’Espresso del 25 novembre 1973 lo spassoso ed immaginario giro nella città “restituita alla natura” dalla crisi petrolifera di quegli anni.
Strade “troppo vuote e spaventevoli” percorse da calessi, carrozzelle e omnibus. L’odore dello sterco cavallino. Le forze dell’ordine a cavallo per disperdere i manifestanti che chiedono il ritorno al cottimo. Nei momenti migliori, “gaie brigate di operai e fanciulle che in bicicletta cantano All’alba quando spunta il sole”. Nelle case, con la tv spenta per decreto alle 10, moglie e marito, uno di fronte all’altro a scoprirsi rughe e zampe di gallina. Il vin brulè, le caldarroste e poi a letto col freddo e il mattone caldo.
“Perché il governo, con tanti risparmi energetici possibili, ha pensato proprio alla televisione?”
Un racconto nato dalla fantasia dello scrittore, ma non del tutto immaginario se, poco più di un mese prima, il 6 ottobre, era iniziata la guerra del Kippur, con gli israeliani attaccati dall’Egitto e, sul Golan, dai siriani, mentre a Vienna fallivano i negoziati con i paesi produttori sul prezzo del petrolio.
L’oro nero che, dagli anni ’50 era la principale fonte di energia per i paesi industriali, i quali l’avevano adottato a “dieta unilaterale” a basso costo, perché il prezzo lo facevano i compratori, le “sette sorelle”, cioè le principali compagnie petrolifere mondiali.
Questo fino 14 settembre 1960, quando i paesi produttori crearono l’OPEC (Organisation of Petroleum Exporting Countries), ma gli ci vollero, poi, una decina d’anni per cominciare ad “imporre” la loro volontà e i loro interessi. E’vero che, intanto, i profitti dei compratori avevano cominciato ad abbassarsi, ma un radicale cambio di prospettiva, per l’OPEC, iniziò solo con la Conferenza di Caracas del 1970 e poi con il boicottaggio delle forniture per due mesi a seguito dei fatti del Kippur.
L’Italia, come il Giappone e gli altri paesi europei, ne fu particolarmente colpita e gli italiani impararono l’uso della parola inglese austerity con il divieto di usare l’automobile nei week end, le “domeniche a piedi”, a cominciare dal 2 dicembre 1973.
Durarono poco però e presto si passò alle “targhe alterne” e la riscoperta delle biciclette e degli spostamenti a piedi passò da necessità economica al museo culturale dei “fenomeni di costume”, accompagnati dal sonoro delle interiezioni dirette “all’Emiro che ci nega il petrolio”, fino alle parodie televisive e ai carri allegorici del carnevale di Viareggio.
Sulla bilancia dei pagamenti e i poco tranquilli conti dello Stato, quegli avvenimenti pesarono come può pesare un imprevisto aggravamento del deficit finanziario già fuori canone, tanto da dover ricorrere a prestiti da altri Stati e, nel febbraio 1974, dal Fondo Monetario Internazionale, i quali, alla concessione di credito, facevano seguire rigide e vincolanti istruzioni per assicurarsene il rimborso.
Cosa da far cadere un governo, come avvenne, ma, poi, da dover essere accettata. Tanto che in quell’anno, undici decreti aumentarono di tremila miliardi di lire la tassazione globale.
Oggi una guerra ben più vasta e preoccupante si combatte ancora lì dove il petrolio continua ad essere una risorsa vitale e, forse, c’è da prepararsi a cambiare qualche abitudine, non solo le più allegre.
A meno che, come scriveva Umberto Eco, “non si voglia cadere nelle trappole dell’ecologo conservatore e luddista che esulta, evviva, l’industria muore e ci viene restituita incontaminata la natura. Errore, malinconico”.












