Il 26 marzo scorso, nel corso della prima, dopo l’inizio della guerra in Iran, delle riunioni di culto mensili da lui istituite e ospitate dal Pentagono, ha recitato, in diretta streaming, una preghiera che ha detto era stata condivisa da un cappellano militare con le truppe coinvolte nella missione che ha portato alla cattura del venezuelano Presidente Nicolás Maduro: «Che ogni colpo vada a segno contro i nemici della giustizia e della nostra grande nazione, concedi loro saggezza in ogni decisione, resistenza per la prova che li attende, unità incrollabile e una violenza d’azione schiacciante contro coloro che non meritano alcuna pietà». Non contento si è anche preoccupato di citare dal libro dei Salmi: “Ho inseguito i miei nemici e li ho raggiunti, e non mi sono voltato indietro finché non sono stati annientati“.
Non passa giorno che non faccia notizia per una qualche sua uscita teologica, o parareligiosa. In qualità di capo delle forze armate, invoca frequentemente la sua fede evangelica, descrivendo gli Stati Uniti come una nazione cristiana che cerca di sconfiggere i suoi nemici con la forza militare.
Nulla di cui stupirsi visto che per la sua identità pubblica e per il suo ruolo di Segretario della Difesa (la denominazione Segretario della Guerra non è ancora stata ufficializzata) la religione ha un ruolo centrale.
Parliamo dell’impomatato, duro e puro Peter Hegseth. Cresciuto secondo i dettami della chiesa evangelica battista, le cui origini storiche vanno ricercate nel puritanesimo inglese del XVII secolo e conta oggi circa 170 milioni di adepti, Hegseth racconta che, intorno al 2018, anni dopo il suo servizio militare in Iraq e Afghanistan, ha avuto una trasformazione personale legata a Gesù e ora appartiene alla Communion of Reformed Evangelical Churches (CREC), una rete conservatrice co-fondata da Doug Wilson, autoproclamatosi nazionalista cristiano. I pastori della CREC hanno già predicato almeno tre volte nelle funzioni religiose di Hegseth al Pentagono.
Nel 2023, Hegseth si è trasferito dal New Jersey al Tennessee per unirsi a una chiesa e a una comunità collegata al movimento “Ricostruzione Cristiana” (Christian Reconstruction), un’ideologia profondamente conservatrice che sostiene che la legge biblica dell’Antico Testamento dovrebbe applicarsi alla società di oggi e a tutti, cristiani, o meno. I seguaci cercano di rendere l’America una nazione costruita sulla legge biblica, compresi i suoi divieti e le sue punizioni.
Questa teologia, predicata dall’influente, già citato, pastore di estrema destra Douglas Wilson, mira a rimodellare tutti gli sforzi terreni attorno a ciò che i suoi seguaci affermano essere la legge di Dio, con l’autorità dello stato considerata subordinata alla legge biblica. Wilson, ha predicato al Pentagono nel febbraio 2026, in occasione dei servizi di culto evangelico che gli esperti legali dicono siano senza precedenti.
Durante il suo briefing sulla guerra in Iran, Hegseth, che nel suo profilo sui social media e nei suoi commenti pubblici considera coloro che non sono d’accordo con lui come nemici di Dio, ha suggerito che gli americani si inginocchino per pregare Gesù per il successo delle forze statunitensi e ha letto un sermone che prega che le “anime malvagie” siano “consegnate all’eterna dannazione” nella lotta contro l’Iran.
Un comportamento che preoccupa e non poco. Le voci critiche stanno salendo di tono. Secondo il rabbino Laurence Bazer, colonnello e cappellano dell’esercito statunitense, oggi non più in servizio attivo, quando il linguaggio della leadership militare attinge esclusivamente a una singola tradizione di fede si rischia di far sentire i militari estranei gli uni agli altri.
Esperti di etica e veterani militari sostengono che infondere una forza di combattimento religiosamente diversificata con una teologia dominante è semplicemente pessima leadership. L’esercito degli Stati Uniti riflette la pluralità della nazione, comprende musulmani, ebrei, atei, sikh, indù e altro ancora. Il linguaggio che considera i nemici obiettivi dell’ira divina, o chiede a Gesù la vittoria sul campo di battaglia, manda un segnale di non appartenenza alle truppe non cristiane e mina i legami di rispetto reciproco, essenziali, specialmente in tempo di guerra.
Hegseth va dritto per la sua strada e giustifica i suoi servizi di culto al Pentagono affermando: “Lo facciamo soprattutto perché ne ho bisogno più di chiunque altro“.
La sua è la combinazione di una sincera convinzione religiosa personale, appartenenza a un movimento teocratico che rifiuta qualsiasi separazione tra fede e vita pubblica e un’identità politica progettata e deliberata.
Per Hegseth e la comunità a cui appartiene, tenere la religione fuori dagli uffici pubblici è un fallimento morale.
Considera buono e giusto, suo dovere e fonte di salvezza pregare, mancando di originalità, che le truppe statunitensi compiano “azioni di violenza travolgente contro coloro che non meritano pietà… Lo chiediamo con coraggiosa fiducia nel potente e maestoso nome di Gesù Cristo” per poi annunciare che i cappellani militari non avrebbero più indossato il loro grado sulla loro uniforme, bensì insegne religiose.
La reazione non si è fatta attendere. Come riporta il Washington Post, un’autorevole fonte ha commentato: “Non approvo di fare ingoiare a forza alle persone la tua fede religiosa e quando i componenti apicali compiono questa operazione con questo tono iper-cristiano, si viola la libertà di religione sancita dalla Costituzione“.
Altamente improbabile che l’attuale Corte Suprema, di tendenza conservatrice, possa schierarsi con coloro che sollevano preoccupazioni sulla “Establishment Clause”, prima parte del Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che vieta al governo (federale e statale) di istituire una religione ufficiale, favorire una religione rispetto a un’altra, o preferire la religione rispetto alla non-religione. Essa sancisce di fatto la separazione tra Chiesa e Stato.
I sostenitori di Hegseth sottolineano che la messa cattolica quotidiana si è tenuta al Pentagono per decenni e che non esiste un ordine formale di partecipazione obbligatoria alle riunioni di culto proposte da Hegseth: “Nessun trattamento speciale, o punizione, viene comminato come risultato della scelta di partecipare“.
Vero, però occorre tenere conto di una sfumatura chiave, ovvero la dinamica del potere. Anche se nulla è tecnicamente obbligatorio, i dipendenti federali subiscono una pressione implicita a partecipare per tenere buoni i loro capi, specialmente in un’amministrazione che punisce chi non rispetta la sua agenda.
Da tenere altresì presente che i tribunali hanno storicamente ritenuto che l’attività religiosa sponsorizzata dal governo, anche quando tecnicamente “volontaria”, può essere coercitiva se proviene da un superiore.
Dunque, la questione legale principale è se Hegseth, come Segretario della Difesa, stia usando il potere e la struttura del suo ufficio per promuovere uno specifico credo religioso, inquadrando le operazioni militari in un linguaggio di guerra esplicitamente cristiano, cambiando l’uniforme del cappellano per enfatizzare le insegne religiose rispetto al rango militare, offuscando così il confine tra l’istituzione e una specifica fede.
Un Segretario alla Difesa ha un enorme potere coercitivo su coloro che sono sotto di lui e la partecipazione religiosa volontaria smette di essere veramente tale quando viene proposta dal vertice di una catena di comando che ha mostrato la volontà di punire coloro che non si allineano con la sua visione del mondo.
La maggior parte degli studiosi di diritto direbbe che ci si stia spingendo ben oltre ciò che i precedenti segretari consideravano appropriato.
Chi può fermare Hegseth? L’elenco è facile da compilare: il Congresso, i tribunali, pressioni interne al Pentagono, il risultato delle prossime elezioni di medio termine a novembre, la pressione dell’opinione pubblica e dei media.
Tutte opzioni che richiedono tempo. Intanto Hegseth ha il pieno sostegno non solo del presidente, ma anche di un Congresso compiacente e di una Corte Suprema che non vuole trattare casi legati alla religione.
Una situazione in cui i normali controlli ed equilibri sono presenti sulla carta, ma in gran parte inattivi nella pratica.
Che Dio (non importa quale) ce la mandi buona.










