Ora che il più grande spettacolo cui ci è dato assistere gratis e da casa è la guerra, anche quelli che in tv la raccontano sembrano girare come intorno ad una rotonda. L’unica soddisfazione – per loro – pare essere che lo fanno senza rispettare i diritti di precedenza insultandosi un po’ per uno. Il problema è, però, che non riescono a imboccare, neanche loro, l’uscita se non giusta, almeno probabile.
Perfino se esperti, mentre gli “inviati”, quelli che i missili e le macerie ce li hanno accanto, appaiono delusi di non riuscire a trovare un qualche bandolo della sanguinosa matassa, neanche parlando con gli insanguinati e con i sanguinari.
Meglio tacere, poi, dei politici. D’altronde, uno che fu di loro – il professor Oliviero Diliberto, comunista ministro della Giustizia nel governo D’Alema, noto per il sostegno al leader curdo Ocalan accusato di terrorismo – ha dichiarato il 2 febbraio scorso a Il Fatto Quotidiano che se ai suoi tempi (solo una trentina d’anni fa) “la politica era il mestiere dei più bravi…oggi è di chi non ce l’ha fatta a guadagnarsi una dimensione sul lavoro, nella società”.
Non sarà proprio così, ma sentirli, ad ogni comparsata televisiva, annaspare urlando come chi sta per annegare in un mare che non conosce, non fa un bell’effetto.
Di guerre, il Medio Oriente ha piena la storia, la antica e, in tempi moderni, quelle per il sottosuolo più ricco di chi ci vive sopra e il mare di Hormuz tanto stretto quanto supertrafficato.
Il petrolio e la posizione geografica fanno gola a tutti. L’assetto istituzionale in cui i cittadini sono sudditi è un formidabile atout per chi voglia frequentare, da ospite o invasore, per commerciare, accordarsi sopra e sottobanco, insomma, lucrare.
Le ragioni per un impegno difensivo e anche umanitario non sono mancate e non mancano perché nell’Iran islamico-teocratico rimane dogma inviolabile la parola dell’Ayatollah Khomeini: “La migliore preghiera da fare per quelli come il presidente americano e i suoi servi è che Dio dia loro la morte”
La guerra di Trump e Netanyahu di questo 2026, appare, però diversa dalle altre. Non solo perché non si comprende bene né chi veramente l’ha voluta, gli USA o Israele, né ci sarebbe l’abituale dichiarazione di obiettivi del passato. Spesso, peraltro, finzioni, come il solito cruento sacrificarsi per esportare la democrazia.
Pare invece affermarsi quella “geopolitica della pace attraverso l’energia” dichiarata da Trump a Davos l’anno scorso, alla quale l’umanesimo spiritualistico della nostra parte d’Occidente si propone, esternamente, refrattario. Come pure il riesame delle regole dell’economia liberista, meno dominante da quando sul mercato operano giganti demograficamente e tecnologicamente forti, retti, come la Cina, da sistemi dirigistici anche statali.
E’ la dottrina Trump, seppur manifestata spesso con atteggiamenti talora grotteschi e di incoerenza verbale e tattica. Sia che tratti di petrolio, sia di giochi con le percentuali dei dazi a mò di minaccia, se non ricatto. Per il protezionismo voluto, con le elezioni, dai cittadini USA: America first.
Dalle nostre parti, però, commentatori, politici e politologi sono forse rimasti spiazzati e, talora, finiscono col dare a quelli che – non esperti al pari di chi scrive – li ascoltano in tv o ne leggono seriose quanto doloranti profezie sui giornali, la conferma di quanto scrisse il segretario USA alla Difesa, Donald Rumsfeld, ai tempi dell’invasione dell’Iraq nel 2003: “Gli americani vengono da Marte, gli europei da Venere”. Distanze planetarie, anche culturali.
Eppure, solo un decennio prima, il padre del George Bush che quella invasione volle, insediandosi alla Casa Bianca il 20 gennaio, 1991, aveva promesso “un’America più buona e più gentile”.
Di questi giorni, il 7 marzo, tornarono in Italia due nostri soldati, Giammarco Bellini e Maurizio Cocciolone, tenuti prigionieri e brutalizzati per quarantasette giorni in Iraq, quando, nel Medio Oriente, anche l’Italia combatté.
America first, dice ora Trump….e noi che fidavamo su “più bontà e gentilezza”!












