“Ntenze” e “Nette” sono alcuni dei neologismi che mi sono frullati in mente nei giorni in cui c’era chi, con tono accorato, strillava di esser dalla parte dei poliziotti “senza se e senza ma”.
Era l’atmosfera dello scudo penale a modificare – con la sottrazione della prima sillaba – le “sentenze” e le “manette”…
Purtroppo la cronaca ha cancellato la voglia di far giochi di parole e ha costretto il cittadino qualunque a prendere atto – da una parte – delle cadaveriche condizioni dei valori costituzionali e – dall’altra – della pur randomica slealtà di personaggi radicati tra chi dovrebbe difendere la legalità.
Mentre chi è al vertice delle Istituzioni tuona contro i magistrati vituperandone l’operato, a chi si chiede dove siamo finiti è difficile dare risposta che lasci balenare un briciolo di speranza.
Nell’ultima settimana tre poliziotti sono stati arrestati dalla DIA perché coinvolti in una banda di spacciatori di droga nel quartiere popolare romano del Tufello, un graduato della Polizia di Stato avrebbe brutalmente eliminato un pusher che era stufo di passargli ogni giorno 200 euro e 5 grammi di cocaina, ventuno tra agenti e carabinieri sarebbero stati indagati per “ruberie sistematiche” alla Coin di via Giolitti nei pressi della stazione ferroviaria Termini…
Quando si è trafitti da notizie di quel genere è oggettivamente difficile mantenere la serenità. E’ impegnativo liquidare certe questioni con una sequenza di “è una mela marcia” perché si rischia di doverne riempire parecchi plateau.
A chi invoca i test psicoattitudinali per i magistrati colpevoli di non assecondare le strategie governative, vorrei chiedere quale fosse il profilo degli attori delle recenti vicende che – nella selezione per l’incorporamento nelle Forze dell’Ordine – hanno sostenuto quelle prove e che sono magari stati scelti al posto di gente perbene ma meno raccomandata.
A chi dice che sono casi isolati, vorrei domandare cosa ne pensa di chi lavorava con questi personaggi e ha dovuto aspettare che ci fosse un cadavere con un buco alla tempia per raccontare le prodezze del collega.
Erano probabilmente in tanti a sapere che “Paladino” o “Fenomeno”, questi erano i nickname dell’assistente capo Carmelo Cinturino, girava con un martello e che non aveva esitato ad usarlo persino nei confronti di uno spacciatore disabile. Quello che tutti si sono affrettati ad etichettare come “eroe” e cui piaceva sentirsi la reincarnazione della divinità nordica Thor non era nuovo a manifestazioni non proprio in linea con l’essere un tutore della legge…
Per fortuna la Procura della Repubblica di Milano non si è lasciata intimidire dai politici nonostante tra questi spiccassero Autorità al vertice del Paese. Per fortuna qualche agente ha cominciato a raccontare – senza se e senza ma – chi fosse davvero il soggetto e cosa fosse successo.
Viene da domandarsi perché chi sapeva non abbia parlato subito e quanti fossero al corrente di certe situazioni e – forse terrorizzati da possibili infauste conseguenze – siano sprofondati nella più mafiosa delle omertà.
Voglio mutuare uno degli slogan che sono rimbombati prima di questo sconfortante epilogo e mi permetto di apporre una piccola modifica.
“IO STO CON GLI ALTRI POLIZIOTTI” vorrei urlare per manifestare la mia solidarietà a chi ha sempre lavorato, lavora e lavorerà davvero al servizio dei cittadini e non di chi ne vuole strumentalizzare l’operato.
Non accetto le scuse di un criminale che pensa – con quattro frasi suggerite – di alleggerire la sua indifendibile posizione. Non voglio e non devo vergognarmi di aver indossato per 37 anni una divisa perché uno, dieci o cento criminali vestiti in modo simile hanno approfittato del loro ruolo per delinquere immaginando di restare impuniti.
La recita del pentimento offende chi è in servizio e chi, pur in congedo, è rimasto legato a quella che erano la vita e i sogni.
Il Robocop che si sentiva figo era talmente impreparato che, nel manomettere la scena del crimine, ha persino fatto trovare una pistola giocattolo su cui c’erano solo le tracce del suo DNA.
Non lo si dimentichi mai. Non si perpetui il mito della Diaz, delle atrocità condannate e passate in giudicato, delle promozioni garantite a chi ne fu imperdonabile protagonista.
Il palcoscenico dell’inquietante conflitto iraniano non vede in campo solo chi attivamente sta bombardando e massacrando.
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