A Sant’Ambrogio del 1998, la mancata esecuzione dell’inno nazionale alla prima della Scala di Milano un po’ fece scandalo e il capo dello stato del tempo colse l’occasione per riproporne, con successo, il significato di simbolo dell’unità nazionale. Così, quella che per alcuni era solo una “marcetta” si trasformò in testimonianza corale di unità del popolo.
“Chi cantava l’inno di Mameli, prima di aver visto Ciampi e signora cantarlo in ogni occasione?” ha scritto il consigliere presidenziale Carlo Peluffo, raccontando di come il presidente si trovò d’accordo con il maestro Riccardo Muti, estimatore dell’autore della musica dell’inno, il patriota genovese Michele Novaro, nel “preferirne una esecuzione baldanzosa, come per dare la sveglia agli italiani”.
Allora fu aggiunta la risposta Si!, solennemente gridata al termine del ritornello imperioso: “Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò”. Rivendicazione patriottica a tutto campo e senza riserve che, col parlato Si!, diventa quasi impegno personale pubblicamente dichiarato. Un giuramento.
Ci vollero, poi, una ventina d’anni perché, con la legge n. 181 del 2017, il testo di Goffredo Mameli e lo spartito di Novaro venissero definitivamente riconosciuti come inno nazionale, dopo settantuno di adozione provvisoria.
I tempi cambiano e, oggi, chissà che l’affermazione – senza se e senza ma – di essere “pronti alla morte” non evochi, più del necessario, immagini della guerra che la costituzione repubblicana ripudia (art.11), pur sancendo il “sacro dovere” civico della difesa della patria (art. 52)?
Comunque sia, il 14 marzo scorso il presidente della repubblica è intervenuto con decreto per disciplinare le “Modalità di esecuzione dell’inno nazionale”: il ritornello ripetuto due volte ma senza il Si! che, nei testi autografi di Mameli e Novaro, non risulta
L’attuale modifica mattarelliana avrà conseguenze sul carattere “baldanzoso” e di “sveglia agli italiani” della musica di Novaro che, scriveva Peluffo, rende l’inno “bello, spigliato, orgoglioso, garibaldino”?
In piazza del Quirinale, alla mezzanotte del prossimo 31 dicembre si griderà ancora Si!, come quella prima volta nel 2000, “alle ore zero e nove minuti del nuovo secolo, del nuovo millennio”?
Il decreto, che si riferisce alle cerimonie in presenza della “bandiera di guerra o di istituto”, prevede anche altre situazioni: eventi sportivi e manifestazioni pubbliche “in cui è possibile eseguire l’inno anche con l’introduzione…ovvero utilizzando variazioni di tonalità o voci , altri complessi strumentali, o basi registrate”. Nessun accenno al Si!, però,
In ogni caso, il provvedimento contiene una disposizione generale importante per il rispetto del “valore storico e ideale dell’inno” in quanto “uno dei simboli rappresentativi della Repubblica italiana”: i presenti devono stare in piedi e “in posizione composta”.
Certo, non come capitò di vedere il 23 maggio 2018, a Palermo, quando, durante la solenne esecuzione dell’inno nazionale in commemorazione della strage di Capaci, il presidente della camera dei deputati, Roberto Fico, rimase a giacca sbottonata e con le mani in tasca.












