Qual è l’immagine di Dio? I cristiani guardano nella Bibbia. Prima, nel Vecchio Testamento, col Dio “puro spirito” ma anche “persona” che vede, parla, ama e predilige, maledice e castiga. Poi, nel Nuovo che racconta di un uomo, Yeshua Gesù, che si proclamò Dio e tale venne riconosciuto.
Nei vangeli, la sua vita. Dalla nascita alla morte, fino alla resurrezione e all’ascensione al cielo col corpo di uomo.
Ebreo, vissuto per trent’anni in famiglia a Nazareth, ma nato per caso a Betlemme in Palestina, dove la madre Maria, con il marito Giuseppe, era andata per adempimenti anagrafici disposti dalla forza di occupazione romana. C’era lì tanta gente e, con gli alberghi pieni e la moglie incinta, a Giuseppe non restò che riparare in una stalla provvista di mangiatoia, quindi, verosimilmente, abitata da animali i quali, non foss’altro, un po’ di calore lo davano. Cosa quanto mai necessaria, perché “in quel luogo si compirono i giorni del parto”, il bambino nacque e poté esser poggiato proprio su quella mangiatoia.
Così come da secoli nel presepe, dove, per la prima volta, compare l’immagine di Dio come è stata trasmessa dal biografo-evangelista Luca, che era anche pittore.
I cristiani – ma non tutti – danno forma, nell’arte, all’immagine di Dio.
Al Gesù: bambino, cresciuto, divenuto pericoloso dissidente a Gerusalemme, piagato e crocifisso, risorto fulgente o – per non dimenticare – a costato aperto e chiodi nelle mani e nei piedi. Al Padre, un vecchio dalla lunga barba bianca e il mondo in mano, come lo dipinse Raffaello. Alla colomba Spirito Santo, a quel grande occhio nel grande triangolo o alla mano protesa a creare la vita.
Com’è fatto davvero Dio? Ci hanno provato, dunque, in tanti a ritrarlo con i colori, con la pietra, la creta. Ognuno a modo suo. Comunque, in sembianze umane. E non senza giustificazione, solo che si voglia rimanere aderenti alla sua parola, quando, cioè, dicendo: “Facciamo l’uomo”, chiarì pure come lo avrebbe fatto: “A immagine e somiglianza nostra”.
Voltaire, commentando quel passo della Genesi, annotò “Mai nessun popolo immaginò un dio privo di corpo” ed a riprova citò le Metamorfosi di Ovidio: “A immagine lo plasmò degli déi che tutto governano”. Platone e altri sapienti avrebbero eccepito.
Parrebbero, perciò, privilegiati quelli che credono nella divinità del Gesù che si proclamò Dio essendo uomo, “coeterno e consustanziale” a lui, ma rappresentabile con l’immagine di uomo. Come il Bambino del presepe.
André Frossard, il giornalista e studioso francese, che intitolò un suo libro ”Dio esiste, io l’ho incontrato”, spiegava che anche “le dittature – le più feroci, le più bugiarde, quale che ne sia l’ideologia – sentono sempre il bisogno di darsi un’apparenza di legalità morale, riferendosi ad una scala universale di valori, se pure poi la sfruttano per fare il contrario”. La legge morale che Kant trovava “dentro di sé”, ma con sopra il “cielo stellato”, l’empireo di Dante.
Che sia questo un abbozzo della manifestazione intuibile di Dio celata nell’uomo creato a sua somiglianza?
Se ne continuerà a discutere a lungo, mentre pittori e scultori mostreranno Dio “come lo vedono”.
Perché, a non volerlo vedere, potrebbe avvenire quel che accadde al “Giudice” cantato da Fabrizio De André, il quale, vissuto sempre sentendosi “arbitro in terra del bene e del male” , si genuflesse solo alla fine, “nell’ora dell’addio, non conoscendo affatto la statura di Dio”.
Buon Natale!












