Già nel 2017, Donald Trump “subiva il fascino del presidente russo Putin”. Parola di Angela Merkel, lex Cancelliera tedesca.
Il ritratto che ne traccia nella sua recente Autobiografia e che si basa sulle esperienze politiche avute con lui un decennio fa, sembra immutato rispetto a come il Tycoon si è riappalesato al mondo nel 2025.
Quando, in visita ufficiale a Washington il 17 marzo 2017, lo incontrò per la prima volta, non ebbe probabilmente la sensazione di stringere la mano ad un “connazionale”, seppure di autoelezione, come si era proclamato il predecessore di Trump, Jhon Kennedy davanti al muro di Berlino. Infatti, i “fotografi che ci chiesero un’altra stretta di mano, lui li ignorò”.
La Merkel capì poi che in effetti non era un caso, perché “Trump sapeva benissimo quale effetto voleva ottenere: far parlare di sé” e che era “più incuriosito dai politici con tratti autocratici e dittatoriali”.
Quel colloquio, se non fu dei più sereni, rivelò, però, carattere e convinzioni che il Presidente, nonostante il tempo trascorso, pare aver mantenuto.
Alla Merkel restò “la sensazione che (Trump) cercasse di far sentire in colpa la persona con cui stava parlando” (ne saprà qualcosa Volodymir Zelenski), ma, pure “voleva compiacerlo”.
Leggendo oggi questi rilievi, non vengono in mente le lusinghe e le minacce, gli elogi,
anche sopra le righe, insieme a sottintesi di ricordi e di avvertimenti per il futuro, distribuiti a piene mani nei recenti discorsi davanti alla Knesset e, in Egitto, ai capi di stato e di governo di mezzo mondo?
Tutti però e comunque debitori.
Scrive, ancora, l’ex Cancelliera tedesca: “Sottolineò senza sosta che la Germania doveva qualcosa lui e all’America. Elogiò gli investimenti delle nostre società negli Stati Uniti, ma allo stesso tempo criticò le loro produzioni nel vicino Messico”.
Le rimproverò le aperture in tema di politiche migratorie con cui “avevo rovinato il mio Paese”, il disavanzo commerciale e “le auto tedesche per le strade che per lui erano una spina nel fianco”, annunciando nuovi dazi. In particolare, e come oggi, la accusò di “spendere poco per la difesa”.
Di quest’ultima cosa si era in precedenza lamentato spesso anche Obama, ma, “con Trump, la situazione rischiava di diventare più pericolosa, perché il nuovo presidente metteva in discussione la Nato, come alleanza difensiva comune”.
In conclusione, “sembrava che volesse ogni cosa”.
Le convinzioni personali della statista – formata nelle scuole dell’universalismo comunista DDR ed in famiglia all’etica cristiana di cui il padre pastore protestante era portatore – rimasero probabilmente sconvolte nel colloquio con il nuovo presidente di una nazione, gli USA, difensore ed esportatore primo della democrazia. Le parve, infatti che Trump giudicasse ogni cosa dal punto di vista commerciale, “dell’imprenditore edile che era stato prima di entrare in politica” e che, perciò, tutte le nazioni dovessero essere in naturale competizione tra loro ed avere il successo come meta.
Per lui, quindi, America First e Make America Great Again.
Trump – scrive Angela Merkel – non credeva nella cooperazione tra i popoli ed “era scettico su tutte le intese che non aveva negoziato di persona”.
Le otto guerre che oggi dice di aver fatto cessare ed il suo operare perché torni la pace in Medio Oriente, come in Ucraina, possono essere analizzate col metro di lettura esposto nella autobiografia della Cancelliera. Far finire la lotta con le armi, perché la competizione senza esclusione di colpi prosegua per i vantaggi dalla ricostruzione.
In verità, anche questo, e non solo oggi, è un modo di vedere il mondo. Antico quanto la sua storia che, però, sa riscattare sé stessa seguendo il motto attribuito ad Agostino, che insegnava: ex malo bonum.
Sempre e comunque.












