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LA STAFFETTA PONTIFICIA. DA GERUSALEMME A ROMA

Renzo Trappolini di Renzo Trappolini
09/09/2025
in SCENARI
LA STAFFETTA PONTIFICIA. DA GERUSALEMME A ROMA
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TE LO LEGGO IO

Santa Romana Chiesa non comincia certo con Francesco. Non farà in tempo a finire con Leone. Nella sua storia, il testimone è lo stesso che da duemila anni si sono passati duecentosessantasette papi. Santi e peccatori – anche tanto peccatori – pacifisti e guerrafondai se non addirittura alla testa di eserciti. Osannati “un palco, luci, gente che ti ammira” cantava Pierangelo Bertoli e detestati “con i tuoi sogni senza materia e i tuoi fratelli sotto le scarpe…il passato di Inquisizione …i  figli bruciati al rogo….”

E da venti secoli, il mondo, i suoi reggitori, hanno fatto e fanno la fila per essere accolti nel Palazzo Apostolico e parlare con il Capo di uno Stato grande meno di mezzo ettaro e con solo qualche centinaio di abitanti.

Se le staffette tra i papi fossero state del tutto contingenti, con il testimone, cioè modellato secondo arti di volta in volta contemporanee, all’ex vescovo di una provincia secondaria del Perù, ora investito del potere di “aprire e chiudere” – prima che da Francesco – da Pietro di Bethsaida, si rivolgerebbero ancora i grandi del mondo?

Certo, colpisce vedere le insegne di Israele accanto alla Croce, simbolo del martirio che gli ebrei di duemila anni fa vollero per Gesù Cristo che non riconobbero per Messia.

Ma i pontefici sanno che per la pace – o meglio per la conversione e la salvezza – oportet ut scandala eveniant. Dare scandalo, cioè, in questi casi vuol dire far meglio risultare il nero del male in contrasto con l’orizzonte illuminato.

Duemila anni di storia hanno insegnato alla Chiesa, la sopportazione che è attesa del trionfo della verità sottostante ai gesti, alle diplomazie, ai tappeti rossi e ai doni. Anche quando li portano rappresentanti di uno Stato che a Gaza fa quello che fa.

Uno Stato che c’è e col quale chi, come il papa, è portatore del cristiano messaggio di pace deve, per sua missione, dialogare. (Scendendo di tono – e tanto–  si potrebbe osservare che in Vaticano seguono esempi del tutto diversi da quelli  tardo vendicativi del Marchese del Grillo).

Da quelle parti sono abituati, infatti, ad essere contrastati e non solo da fronti contrapposti, ma spesso e con maggior forza e malizia dall’interno.

Come accadde a Giovanni XXIII, quando il 7 marzo 1963, decise di ricevere in udienza il giornalista Alexis Adjubei e la moglie Rada. La quale era la figlia di Nikita Kruscev, il capo dell’URSS, e tutto avveniva in tempi di guerra fredda e dopo che erano stati accertati, anche dai vertici dell’Unione Sovietica, i crimini del regime comunista.

All’udienza partecipò – seppur silente – anche Leonid Kolosov, corrispondente della Tass e colonnello del KGB.

Col felpato linguaggio curiale – così diverso da quello che possiamo usare di solito – il papa fu criticato dai suoi “sotto il profilo della prudenza”. Non solo. Il card. Roberto Tucci, all’epoca Direttore della Radio vaticana, ha rivelato che Giovanni XXIII aveva chiesto – per trasparenza – che il verbale del colloquio fosse pubblicato su L’Osservatore Romano, il giornale della Santa Sede, cioè del papa. “Ma questo non avvenne mai”.

CIA e SIFAR operavano – come sanno operare – per conoscere di cosa si fosse parlato nell’udienza, ma – nota Marco Roncalli, nipote del pontefice – “se fossero riusciti a registrare segretamente il colloquio, forse sarebbero stati delusi, ma si sarebbero tranquillizzati”.

Giovanni XXIII aveva parlato da papa: “Il Capo della Chiesa Cattolica vede soltanto dei fratelli in tutti i suoi simili e lavora alla riconciliazione di tutti i popoli, con discrezione e fiducia”.

In sostanza, il testimone che Cristo consegnò a Pietro e lui ai suoi successori. Sempre lo stesso da Lino della Tuscia (anni 68-79) a Francesco e, dall’8 maggio scorso, a Leone XIV.

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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Prima della sua attuale terza età, ha lavorato in banca. Nella sede centrale di BNL, come Capo dei rapporti istituzionali e poi di quelli finanziari e operativi con le Pubbliche Amministrazioni. Successivamente, Direttore Generale della Cassa di Risparmio della Provincia di Viterbo, Amministratore di Carisap, Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno e di Banca dell'Adriatico. E' stato consulente di Artigiancassa e della Regione Lazio. Ha collaborato con Nerio Nesi per il libro "Il codice delle nomine bancarie" (Edizioni Feltrinelli - 1981). Ha scritto per riviste bancarie, un settimanale e un quotidiano a tiratura nazionale, oltreché giornali on line.

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