Sono forse mille i motivi alla base della eliminazione di Ranucci, ma solo uno può avere un fondamento (insufficiente) nel bilancio della discutibile operazione.
Sigfrido Ranucci è “colpevole” di aver stretto amicizia con un personaggio come Lavitola a cui personalmente non chiederei nemmeno “che ora è?” per non trovarmi invischiato in qualche casino.
Sicuramente il detronizzato ha da farsi perdonare l’uscita improvvida della “trombata” e qualche scappatella o prepotenza da gradasso del bar di periferia.
Poi, a voler dare soddisfazione agli 007 del più sofisticato giornalismo investigativo, è reo di non aver sottoposto a revisione una delle vettura di proprietà lasciate parcheggiate in uno spazio pubblico di sosta e fatte esplodere forse perché non in regola.
Magari salterà fuori che la bomba era stata piazzata non per ottenere maggior protezione con una scorta rinforzata o per aprire una futura corsa elettorale, ma solo per rammentare che quell’auto non correttamente revisionata nei termini di legge lì non ci poteva stare (pista ancora non considerata nel corso dell’inchiesta sull’attentato).
A guardare – scevri della consueta antipatia che si riserva a chi la pensa diversamente da chi comanda – si deve ammettere che il presupposto dell’outplacement punitivo non ha tutto questo vigore.
Le contestazioni mosse al Vice Direttore degli “Approfondimenti” della TV di Stato sono un po’ poco per cancellare i brillanti risultati in termini commerciali e informativi e cacciare un dipendente fino a ieri indiscusso paladino dei cittadini.
Se la regola applicata in questa circostanza avesse mai valenza universale e avessero rilievo alternative (il TG3, RaiNews24 e la sede de Il Cairo) come quelle offerte a Ranucci, viene da chiedersi quali sono le tre proposte che Parlamento e Governo penserebbero di poter fare al deputato (già sottosegretario di Stato) che si è messo in società con la figlia prestanome di un brillante imprenditore di stampo mafioso.
Non ho esitato a lamentare l’inusitata scurrilità gratuita di opere letterarie e di interventi in pubblico di Sigfrido Ranucci, ma non riesco ad ammettere la decapitazione eseguita solo per dare soddisfazione (e respiro) ad una classe politica tenuta sotto scacco da reportage che – come vanghe taglienti e picconi robusti – hanno scoperchiato non poche tombe.
Chi deve acquisire informazioni per indagare o sapere di più si rivolge a quelli che conoscono fatti e persone di interesse. Non di rado l’interlocutore – che poi diventa “fonte” – non è Santa Maria Goretti e, se le notizie che è in grado di dare vengono distillate nei mesi, in tutto quel tempo la frequentazione si infittisce. E’ una regola del gioco che spesso (e stavolta in particolare) può far storcere il naso e far pensare, ma che nel pianeta delle investigazioni giornalistiche non può esser negata.
I camion dell’autospurgo che continuano a scaricare le loro cisterne sul passato di Ranucci opacizzano la realtà andando a intorpidire la visuale e inducendo facilmente in errore chi osserva, legge o ascolta.
Tra gli ettolitri di escrementi non sono mancati addebiti persino al fratello di Ranucci, brillante sottufficiale in fiamme gialle impiegato alla Commissione Antimafia senza chissà quale ruolo fantasticato invece da chi non conosce la Commissione e il funzionamento del reparto della Guardia di Finanza destinato a dar supporto.
Forse basterebbe chiarire con serietà e lealtà questi due ultimi concetti per spezzare la matita acuminata che – forse di frassino – è stata conficcata nel cuore del presunto vampiro…
Ma la gente legge solo i titoli e non si affanna a saperne di più, dice di aver scoperto tutto su Facebook senza essersi accorta che era una bufala costruita ad hoc, si fa trascinare da talk show dove chi non urla non è gradito, capisce di poter sfogare la rabbia del costo della benzina massacrando chi fino a ieri era un idolo, si vendica non si sa di cosa ma si vendica.
E nel frattempo viene liberato Barabba.












