Ci mancava proprio quest’altro Mistero d’Italia, nonostante l’apparente linearità dei fatti: i magistrati scoprono e ritengono che a volere l’attentato alle auto di famiglia del giornalista Sigfrido Ranucci sarebbe stato un amico suo e della famiglia stessa, Valter Lavitola, il quale, a domanda, risponde confermando perché mosso da umana preoccupazione per la sicurezza del giornalista di inchieste audaci. Costui ricambia l’amicizia, anche dopo la bomba.
Agli Inquirenti appare strano e decidono di approfondire, pare, su più direzioni.
Siamo nella settimana di ferragosto e il giornalista è della Rai che d’estate non ha programmazioni standard in palinsesto. Si trattasse, la vicenda, di una sit com, naturale che verrebbe rinviata a settembre. Come, dicono, anche qualche importante interrogatorio giudiziario.
Nel frattempo, però, da varie parti si valuta una lettura diversa dei fatti, ipotizzando manine o manone tanto nascoste quanto decisive e qualche osservatore ne accenna con una definizione non nuova in fatti della specie. Evocando, cioè, l’immagine della “polpetta avvelenata”, il cibo tossico servito di soppiatto a ignari commensali. Nel caso, il solo Lavitola?
Anche Giuseppe Bodi ne ha scritto su Giano, prudentemente premettendo, però, il richiamo ad una massima attribuita a Giulio Andreotti: “A pensar male…a volte si indovina”. L’ex presidente del consiglio ne era convinto e la ripeteva spesso, tanto che in molti lo considerano l’autore
Cosa che l’interessato ha smentito (Il potere logora – Rizzoli 1990), forse ad evitare il rischio di un altro processo a suo carico, stavolta per plagio.
La frase, ha testimoniato, fu pronunciata già nel 1939 dal cardinale Marchetti Selvaggiani, compagno di scuola di Pio XII, di fronte ad un gruppo di universitari romani, tra i quali Andreotti, al quale, si sa, la memoria non ha mai difettato.
E a proposito di polpette avvelenate, lo statista, parlando con Enzo Biagi, riconobbe che anche a lui gliene erano state messe, non poche, nel piatto ma: “Me ne sono accorto per tempo. …Meglio rimaner digiuno”.
Chissà se i protagonisti della vicenda giornalistico- amicale-politica di cui ora si parla avranno accortezza simile!
Intanto, per tutti, in buona fede o meno, la formula di rito: “Aspettare il giudizio della magistratura”. Insomma, il rinvio. Per correttezza giuridica ma, può darsi, in qualcuno pure per convenienza pilatesca. Ad imitazione, cioè, di Ponzio Pilato, quel funzionario imperiale cui, duemila anni fa in Giudea, il Sinedrio aveva gettato tra i piedi la polpetta avvelenata dell’attribuzione di predicazione rivoluzionaria a Gesù di Nazareth, per ottenerne la crocifissione.
Questa particolare portata, in verità, è da sempre nel menù dei poteri (non solo quelli ufficiali) e, per essa, non è difficile trovare cucinieri esperti e camerieri disponibili.
Per restare alla storia della Repubblica, di polpetta avvelenata si parlò già ai primi anni ’50, a proposito della ispirazione di un articolo contro De Gasperi del giornalista Giovanni Guareschi, quello di Don Camillo e Peppone. Ci sarebbe stata, infatti, qualche manina o manona, a fargli credere autentiche due lettere apocrife dello statista, che lui pubblicò.
Al processo che si svolse a Milano, assistette anche Andreotti, pronto a testimoniare sui “falsari e i loro tentativi di spillar denaro, una volta per gli ex fascisti e l’altra per gli ex partigiani”. Servizi deviati anche allora?
Guareschi capì l’inganno di cui era stato vittima, ma volle scontare tutta la pena in carcere. Rinunciando anche all’appello.
Giustizia a parte e per restare nel campo ristretto RAI, uno dei fondatori del giornalismo d’inchiesta tv, Enzo Biagi, epurato da via Teulada col famoso Editto bulgaro, ha lasciato scritto: “I fatti hanno una logica ineluttabile, prima o poi quello che è buono o quello che è cattivo viene fuori”. Anche se nascosto in qualche polpetta.












