Simpatici, Nuovi, Rivoluzionari. Sorprendenti… L’elenco degli aggettivi che possono abbinarsi ai cosiddetti “smart glasses” sono davvero tanti. E’ fondamentale, però, non dimenticare quello più aderente. Pericolosi.
A lanciare l’allarme non è l’ex ministro Sangiuliano o il responsabile della sicurezza di Montecitorio dove una intraprendente fanciulla bionda ha potuto filmare e pubblicare online le sue video riprese in aree non propriamente accessibili al pubblico.
A mettere in guardia sono state ben oltre 70 organizzazioni per la difesa delle libertà civili, contro la violenza domestica, per i diritti riproduttivi, per la comunità LGBTQ+, per i diritti dei lavoratori e per i diritti degli immigrati.
Lo schieramento che si agita lo si può considerare non proprio trascurabile.
Sono queste associazioni a pretendere che Meta Corporation (padrona, fra l’altro, di Facebook, Instagram e WhatsApp) abandoni i suoi piani industriali e commerciali per l’impelemntazione del riconoscimento facciale sui suoi occhiali intelligenti in vendita con i marchi Ray-Ban e Oakley.
La pretesa, apparentemente esagerata, si fonda sulla tutt’altro che apparente funzione che internamente alla azienda è chiamata “Name Tag”. Il prodigio tecnologico dietro quella piccola forse provvisoria etichetta darebbe a chiunque (includendo stalker, aggressori e agenti federali) la possibilità di identificare silenziosamente gli sconosciuti incrociati visivamente in pubblico.
Secondo l’esercito di movimenti e gruppi di tutela (in cui compaiono la comprende l’ACLU, l’Electronic Privacy Information Center, Fight for the Future, Access Now e la Leadership Conference on Civil and Human Rights) la funzione in argomento deve essere eliminata.
Un capriccio? Niente affatto.
Sarebbero emersi documenti interni che mostrano come l’azienda – scommettendo sulla comprensibile distrazione globale di tutti quelli in questi giorni concentrati su ben altri problemi – facesse conto di sfruttare l’attenzione su altri temi per introdurre zitta zitta questa potentissima funzione.
Gia a Febbraio il New York Times aveva informato i suoi lettori delle modalità di azione dell’assistente di intelligenza artificiale integrato negli occhiali intelligenti di Meta. Anche se non tutti hanno dato peso a quell’avviso, restava il fatto che chi indossava quegli occhiali poteva visualizzare informazioni sulle persone rientranti nel proprio campo visivo.
Ci sarebbero addirittura due versioni di questo portentoso e temibile sistema. La prima – “basic” – identificherebbe solo le persone a cui chi indossa l’orologio è già connesso su una piattaforma social o in altro contesto digitale.
La seconda, invece, darebbe modo di riconoscere chiunque abbia un account pubblico su un servizio Meta come Instagram o Facebook….
Simili constatazioni portano a chiedere la privacy dove sia finita, a che serve la disciplina in tema di protezione della riservatezza dei dati personali, quale sia la destinazione reale di tutte le informazioni che non rimangono certo negli occhiali di chi li indossa…. L’elenco dei legittimi quesiti è infinito e quindi fermiamoci qui.
Gli sceneggiatori di Matrix e di altre inquietanti pellicole credevano di sbalordire, ma il presente ha superato di gran lunga il futuro e persino l’immaginazione.
E che dire di quelli che con 7.900 lire era convinti del miracolo dei memorabili occhiali ai raggi X reclamizzati sui giornali e persino sul retro delle schedine del Totocalcio?













