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Home LA STORIA CHE DIMENTICA

L’IDENTITÀ DI GENERE E LA POLITICA DEMOGRAFICA NELLA PRIMA METÀ NOVECENTO – Prima parte

Giuseppe Bodi di Giuseppe Bodi
15/04/2026
in LA STORIA CHE DIMENTICA
L’IDENTITÀ DI GENERE E LA POLITICA DEMOGRAFICA NELLA PRIMA METÀ NOVECENTO – Prima parte
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Sin dal primo decennio del XX secolo si svilupparono correnti di pensiero che accusavano la società industriale di aver indotto uomini e donne a mutare i loro ruoli sociali, in particolare aver allontanato le donne dalla famiglia, non consentendo agli uomini di esprimere appieno le loro “virtù di forza e intraprendenza”. La fondazione dello scautismo, nel 1907, fu interpretata da alcuni come un tentativo di “ricostruire l’orgoglio maschile”.
Anche nella Chiesa, sia cattolica, sia protestante, esistevano idee similari. Un gesuita belga affermava che la mascolinità era fondata più sulla castità che nell’esercizio fisico. Altri sostenevano che la santità maschia era caratterizzata da castità ed esercizi fisici. Tali impostazioni tendevano a contrastare il femminismo nascente che affermava una superiorità morale delle donne, meritevoli di ottenere incarichi nella vita pubblica. In questo dibattito ebbe un ruolo determinante lo sviluppo del lavoro nelle fabbriche. Alcune donne appartenenti alla borghesia, sentendosi superiori agli operai e denotando un atteggiamento classista, iniziarono battaglie per ottenere maggiori diritti politici e sociali. Contemporaneamente molte altre, sfruttate sui luoghi di lavoro, dettero il via ad una diversa forma di femminismo al fine di eliminare le barriere sociali e di classe.
La crisi dell’identità di genere impattò nella Prima Guerra Mondiale rafforzando tendenze già in nuce, non consentendo di rafforzare, come da molti sperato, le condizioni “naturali” e le potenzialità del coraggio maschile. Lo scoppio della guerra rivoluzionò i rapporti sociali e molte donne vennero impiegate in settori precedentemente preclusi come l’industria pesante ed i servizi. Autorità pubbliche e stampa premevano per assegnare alle donne solo compiti di maternità e assistenza. La mancanza di un controllo maschile avrebbe potuto indurle a comportamenti immorali e sregolati.
Gli uomini, ritornati dal fronte, intravidero nel nuovo ruolo della donna una minaccia. Le vicende belliche influirono pesantemente sui rapporti e sui conflitti generazionali. I giovani pretendevano un maggior peso politico; in Italia questo fattore contribuì al mutamento di regime politico. In molti Paesi europei molti capifamiglia ebbero il timore di perdere potere rispetto alle donne che, negli anni di guerra, avevano acquisito spazi, precedentemente riservati all’uomo. In Francia, Inghilterra e Germania si verificò una liberalizzazione dei costumi che cessò con la grande crisi del 1929. In Italia ebbe vita molto breve e limitata. Emancipazione e libertà sessuale (non nel senso contemporaneo) non sempre procedettero di pari passo; per molti uomini la liberalizzazione si doveva limitare alla sfera sessuale, ovvero a loro vantaggio. Il ruolo svolto dalle donne nel periodo bellico dette forza ai movimenti per l’emancipazione femminile; in Inghilterra, Paesi Bassi, Austria e Germania le donne acquisirono il diritto di voto. Nei Paesi mediterranei, Francia compresa, tale diritto venne acquisito al termine della Seconda Guerra Mondiale. In Francia, nel 1919, il programma elettorale di un movimento politico proponeva, al fine di difendere l’autorità dell’uomo, il voto plurimo per i padri di famiglia assegnando loro un numero di voti in base alla figliolanza. Inoltre, le vedove avrebbero potuto avere il diritto di voto se capifamiglia.
Papa Benedetto XV era parzialmente favorevole al voto femminile, pur temendo uno sconvolgimento nei ruoli tra i due sessi.
Primi passi per una eguaglianza di genere, sotto l’aspetto giuridico, si ebbero nei Paesi scandinavi ed in Inghilterra nel primo quarto del secolo. Altrove si dovettero attendere decenni. Il problema principale era l’incapacità giuridica della donna coniugata. Ad esempio, nel codice civile spagnolo era sancito che “il marito ha il dovere di proteggere la moglie, e questa di obbedirgli”. Il marito ne era il rappresentante legale; la moglie non poteva accettare un’eredità o svolgere una professione senza il consenso del marito.

Fonte: “La Storia” ed. Corriere della Sera Vol. 26
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