Si parla di bombe, morti e macerie, ma nel silenzio una infinità di proiettili digitali hanno colpito i loro bersagli.
Se il signor Trump ritiene gli Stati Uniti invulnerabili per la distanza geografica dall’Iran, è bene che vada a leggersi gli sconfortanti comunicati dell’FBI e in particolare quello uscito ieri a proposito dell’attacco che nelle ultime settimane ha preso di mira e ha azzoppato diversi sistemi informatici del settore petrolifero, del gas e idrico (qui il comunicato originale).
Il becero criminale che siede alla Casa Bianca, quello che stanotte avrebbe dovuto cancellare una civiltà plurimillenaria, ha dimenticato la fragilità delle infrastrutture tecnologiche statunitensi e il Federal Bureau of Investigation – da cui mister President ha cacciato le risorse migliori – ha trovato il coraggio di segnalare il momento di drammatico affanno di aziende ed enti a stelle e strisce crivellati di colpi virtuali da pirati hi-tech legati a Teheran.
Il leone dalla criniera ossigenata – prossimo a schiacciare il bottone dell’olocausto universale tra plaudenti servitori – ha dovuto frenare il dito perché qualcuno gli ha ricordato che gli hacker che stanno crocifiggendo industrie e realtà pubbliche degli States non si trovano in Iran.
Qualcuno – macte virtute puer – deve esser riuscito a spiegare che le rampe di lancio di virus e malware sono distribuite sull’intero pianeta e che continueranno anche dopo la “cancellazione” dell’Iran dalle mappe.
L’infantile condottiero di questa presunta “Guerra Santa” ordinata da Bibi Netanyahu non conosce la pervicacia dei “persiani” e non ha idea della rete di attivisti che popola l’universo sotterraneo di Internet. Gli errori di valutazione purtroppo li pagano e li pagheranno gli americani e – pur semplici spettatori – li stanno già pagando e li continueranno a pagare tutti gli occidentali, noi compresi.
Il bambino zuzzurellone, che vuole distruggere il Pianeta perché non gli sopravviva, non ha capito che altri suoi “coetanei” hanno esclamato la fatidica minacciosa frase “adesso tocca a noi”.
Se davvero è venuto il turno dell’orda barbarica cibernetica, Trump è bene che si prepari al peggio e magari si auguri di esser lui a sparire in luogo degli eredi di Ciro e Serse prima che prenda avvio una Apocalisse che non aveva considerato.
Le invisibili milizie tecnologiche iraniane non sono irreggimentate ma non per questo mancano di organizzazione e di capacità di sincronizzare le loro attività. Secondo FBI hanno già utilizzato programmi “wiper”, ovvero software capaci di cancellare irrimediabilmente i dati custoditi anche nelle modalità più blindate. Sapendo che i file eliminati possono essere recuperati, gli hacker ora in azione utilizzano soluzioni capaci di riscrivere più volte con caratteri randomici il contenuto di archivi e documenti rendendoli assolutamente inutilizzabili.
In pratica gli incursori al servizio dell’Iran hanno “minato” l’intero tessuto connettivo elettronico degli Stati Uniti, realizzando un reticolo di “esplosivo virtuale” pronto a scoppiare ad ogni successivo passo.
Istruzioni nocive ben radicate nei sistemi informatici statunitensi sono predisposte a camuffarsi, diventare non intercettabili e danneggiare anche le copie di back-up che diligenti esperti sono pronti a reinstallare…
Se Donald Trump teme la divulgazione della copia integrale degli Epstein Files di cui Netanyahu è senza dubbio in possesso, dovrebbe cominciare aver paura dei segreti che sicuramente gli impertinenti hacker hanno stivato magari in un computer che si trova in Texas o in Louisiana e potrebbero regalare ai più curiosi.
Il palcoscenico dell’inquietante conflitto iraniano non vede in campo solo chi attivamente sta bombardando e massacrando.
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