In questi ultimi anni la comunicazione, scritta e verbale, ci ha subissato di informazioni inerenti alle guerre, seppur concentrandosi sulle due principali. Non dobbiamo dimenticare che, al momento, le guerre “dimenticate” sfiorano le cinquanta e “venti di guerre” soffiano con insistenza. Tentiamo un approccio generale sulla guerra secondo criteri storici e dottrinali.
La guerra ha coinvolto, nei secoli, gli esseri umani in modo intimo e totalizzante, con il suo carico di morte, sofferenza, dolore, distruzione, impegno di risorse di ogni tipo (umane, psicologiche, economiche, tecnologiche, scientifiche, spirituali ed altro). La scienza al servizio della guerra si è profusa “nello sforzo di arrecare morte e dolore nel modo più devastante e metodico possibile”: dalla lancia più rudimentale alle armi di distruzione di massa.
Le principali etimologie della parola sono:
- la greca “polemos” da cui deriva la polemologia, ovvero la scienza che studia le guerre. Per i greci “polemos” era la guerra contro i nemici esterni: i barbari. Per indicare i conflitti interni, cioè la guerra tra greci, usavano il termine “stasis”;
- la latina “bellum”: da cui bellicoso, belligerante, bellico, ecc.;
- la germanica “werra”: da cui le espressioni italiana (guerra), francese (guerre) e britannica (war);
- il tedesco moderno usa il termine “krieg”.
Varie sono le definizioni della parola. Tra le principali annoveriamo:
- “lo scontro volontario di molti che si schierano su due fronti opposti nell’intenzione di piegarsi fisicamente l’un l’altro” (Bonante);
- “la guerra è dunque un atto di forza che ha per iscopo di costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà” o, più semplicemente, “il combattimento singolare, il duello” (von Clausewitz, generale prussiano che ha scritto un trattato che rappresenta, tuttora, un riferimento fondamentale, nella sua essenza, per la dottrina militare);
- “l’espressione armata e cruenta di un conflitto, fra Stati o fra gruppi politico-sociali organizzati, in cui viene impiegata la forza militare per imporre ad un avversario la propria volontà, possibilmente attraverso la convinzione (guerra virtuale e guerra limitata), ma se necessario con la distruzione (guerra di annientamento)”. “Atto di violenza organizzata con cui un soggetto politico, di solito uno Stato, si prefigge di imporre all’avversario la propria volontà, cioè di indurlo fare ciò che non farebbe spontaneamente” (Carlo Jean).
Proprio per la sua disunivoca definizione, come una lunga serie di parole usate a livello internazionale, “non solo rassomiglia ad un camaleonte perché si cambia di natura in ogni caso concreto, ma si presenta come uno strano triedro, secondo la definizione di von Clausewitz, composto:
- della violenza originale del suo elemento, l’odio e l’inimicizia, da considerarsi come un cieco istinto;
- del giuoco delle probabilità e del caso, che le imprimono il carattere di una libera attività dell’anima;
- della sua natura subordinata di strumento politico, ciò che la riconduce alla pura e semplice ragione”.
Il generale prussiano identifica l’essenza del conflitto nell’interazione di due “triadi” contrapposte, costituite entrambe da forze razionali (Stato), a-razionali (Forze Armate) ed irrazionali (Popolo). Questa triade è saldata dalla “volontà” che conferisce unità alle tre componenti; in definitiva dal “senso di identità” che si colloca a monte di interessi, calcoli di beneficio, costo e rischio. Il crollo della volontà in una sola delle tre componenti determina la sconfitta. A questa corrisponde quella composta da tattica (vittoria tattica), strategia (obiettivo strategico) e politica (fine politico). Solo comprendendo le interazioni tra le triadi e le relative componenti è possibile comprendere l’essenza della guerra ed i suoi meccanismi. Ancora il generale prussiano la definisce: “la continuazione della politica con altri mezzi. Una continuazione del lavoro politico”, pur dovendo riconoscere che il calcolo razionale e la violenza possono condurre ad esiti imprevedibili.











