Ci si chieda cosa spinge un ragazzino a togliersi la vita. Ci si domandi il perché di annunciarlo attraverso Instagram o mediante qualche altra piattaforma social.
Ci si ponga anche un altro quesito: cosa stiamo facendo per evitare queste tragedie in cui la ricerca della morte è solo l’ultima fase di un percorso ben più lungo ed elaborato?
Il quindicenne di Vidor che tre giorni fa si è lanciato dal ponte sul Piave è solo l’ultimo di un drammatico elenco destinato ad allungarsi nella totale indifferenza collettiva che riprende vigore dopo i pochi attimi di sconcerto che di solito seguono ogni singola tragedia.
Qualcuno si interroga su come fare per arrivare in tempo e salvare in extremis chi ha deciso di lanciarsi nel vuoto, di buttarsi sotto ad un treno o di farla finita in qualsivoglia altro modo.
Probabilmente ci si dovrebbe concentrare sull’individuazione del momento e delle cause che portano ad un così terrificante epilogo, avendo cura di selezionare le fonti di innesco e il percorso evolutivo che queste sono in grado di avviare.
In quest’ultimo caso che arriva dal trevigiano c’è chi parla di un litigio famigliare, di una fuga da casa in bicicletta, di un messaggio disperato di addio, di un salto di una ventina di metri dove il fiume è secco, di un cespuglio che attutisce il volo, di un passante che vede un giubbotto e altri indumenti posati sul muricciolo del ponte, dei disperati soccorsi, di un ragazzino ricoverato in fin di vita. Il racconto si ferma qui, dove cominciano le pagine non scritte della speranza di tutti che quel poveretto possa essere salvato.
E’ una delle cento, mille o un milione di storie di disagio giovanile destinate ad ottenere attenzione solo al verificarsi di una disgrazia e che invece meriterebbero di essere affrontate con serietà e metodo, rifuggendo dall’assegnare compiti così delicati a soggetti improvvisati e altamente improbabili come amici, cugini e compari pronti a ubbidire e mostrare riconoscenza.
Vista la ritrosia ad occuparsi di educazione sentimentale, è ovvio che spaventi parlare di suicidio nelle scuole. Il tema ha una sua infinita multidisciplinarietà e può essere trattato solo da chi ne ha specifica competenza, ma sono tanti quelli che possono contribuire a ricostruire l’itinerario che porta al traguardo dello sconforto e delle azioni estreme.
Occorre rimuovere, e certo non è facile, le condizioni di sofferente difficoltà ma è fondamentale far capire che ci può essere qualcuno capace e volenteroso nel tendere la propria mano. Purtroppo ad ostacolare la ricerca di un aiuto interviene la spettacolarizzazione della propria disperazione. E’ qui che entrano in gioco i “social network” che fanno affacciare il protagonista su una platea magmatica a caccia di emozioni distorte. E’ proprio lì che l’orizzonte virtuale illude che la dimensione digitale sia più ricettiva del mondo reale.
L’allucinazione che Facebook, Instagram, TikTok e tanti altri inferni cancellino la solitudine e diano conforto deve essere interrotta da un serio piano di sensibilizzazione.
Non devono esserci più “Vi saluto amici! Io la faccio finita” sparati su Instagram come un petardo nel più assordante silenzio. Non ci devono essere nemmeno biglietti lasciati sul banco di scuola a Marcianise dove ieri – senza Internet di mezzo – una dodicenne si è allontanata dall’aula per lanciarsi nel vuoto a dieci metri di altezza.
Chi si sbraccia per sventolare iniziative politiche sul fronte della famiglia finora ha solo chiuso il Comitato Media e Minori promettendo una commissione interministeriale. Se il Comitato oggettivamente faceva poco (e posso dirlo avendone fatto parte senza riuscire a scalfire l’immobilismo di chi si riteneva soddisfatto del ruolo non includendo il dovere di cambiare le cose), la commissione non sembra aver combinato nulla.
Forse è il caso di tirar fuori la testa dalla sabbia. Finita l’era del cinghiale bianco di Franco Battiato, è da considerarsi conclusa anche quella dello struzzo.












