Ci sono poeti che non si limitano a scrivere versi, ma incidono la storia con la loro voce. Pier Paolo Pasolini, italiano, e Roque Dalton, salvadoregno, appartengono a questa stirpe rara: uomini che hanno fatto della poesia un atto politico, un gesto di resistenza, un sacrificio. Entrambi assassinati nel 1975, entrambi colpevoli di aver creduto che la parola potesse cambiare il mondo. Ambedue studiati, ed i loro versi declamati ed incontrati più volte lungo il cammino della mio percorso esistenziale. Le loro poesie mi hanno fatto compagnia nei momenti più bui e mi hanno dato ristoro nelle difficoltà che solo il mondo sa opporre a ciascuno di noi con spietata determinazione.
Due vite quasi parallele
Pier Paolo Pasolini, nato nel 1922, poeta, regista e intellettuale, attraversò l’Italia del dopoguerra denunciando l’omologazione culturale e la violenza del consumismo. La sua morte, avvolta nel mistero, resta una ferita aperta nella coscienza nazionale.
Roque Dalton, nato nel 1935, militante di sinistra, perseguitato dalle dittature, visse tra esilio e carcere. La sua fine violenta, per mano di compagni di guerriglia, lo consegnò alla leggenda.
Due grandi poeti entrambi uccisi dal loro intorno che invece avrebbe dovuto proteggerli, perché di poeti veri ne nascono pochi, forse uno o un paio in un secolo come ebbe a dire Alberto Moravia proprio ai funerali di Pier Paolo Pasolini a Roma.
Due biografie che si specchiano: vite spezzate dalla stessa data, destini che si incontrano nella memoria.
La poesia come pane e scandalo
Dalton scrisse: “La poesia è come il pane, di tutti”. In questa frase c’è la sua idea di letteratura: un bene comune, un alimento quotidiano, un gesto di condivisione.
Pasolini, con la stessa radicalità, affermava: “Io so. Ma non ho le prove. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che si scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace”.
Due dichiarazioni che si rispondono: Dalton vede la poesia come nutrimento, Pasolini come scandalo e verità. Entrambi la concepiscono come responsabilità.
Tra i due poeti vi sono molti parallelismi tematici, dall’ impegno politico: Dalton militante rivoluzionario, Pasolini critico feroce della borghesia e del potere, al rapporto con il popolo; Dalton voce degli oppressi, Pasolini narratore delle borgate e degli emarginati. Per passare all’ ironia e alla provocazione: Dalton con il suo humor tragico “La patria esiste, ma a volte non la riconosciamo perché ci hanno cambiato la bandiera”, Pasolini con la sua satira spietata “Io sono una forza del passato. Solo nella tradizione è il mio amore”. Per finire al comune destino tragico: entrambi assassinati nel 1975, vittime della violenza di alcuni componenti dei popoli che avevano cantato nei versi ma che avevano denunciato per le loro perversioni.
Due voci universali
Pasolini e Dalton hanno creduto che la poesia fosse più forte della morte. Dalton scriveva: “La poesia è un modo di vivere, non di scrivere”. Pasolini ribadiva: “La vera missione del poeta è dire la verità, anche quando la verità è scandalosa”.
Due voci che, pur lontane, si incontrano nella stessa convinzione: la parola è un atto di resistenza.
In un tempo in cui la poesia rischia di essere relegata a ornamento, ricordare Pasolini e Dalton significa restituirle la sua funzione originaria: quella di arma civile. La loro voce ci ricorda che la parola non è mai neutra, che ogni verso può diventare un colpo di luce contro le tenebre.
Oggi li celebriamo insieme perché la loro eredità non è soltanto letteraria, ma morale e politica. Due poeti che hanno pagato con la vita la loro fedeltà alla verità. Due uomini che hanno dimostrato che la poesia, quando è vissuta fino in fondo, è più forte della violenza, più forte dell’oblio, più forte della morte.












